DonPinoEsposito.it Rss http://www.donpinoesposito.it/ Don Pino Esposito - Ama Dio e fa quello che vuoi perché chi ama Dio fa sempre la sua volontà it-it Thu, 14 Dec 2017 07:57:35 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito) donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito) Mediacontent http://www.donpinoesposito.it/vida/foto/logo.png DonPinoEsposito.it Rss http://www.donpinoesposito.it/ San Giovanni della Croce http://www.donpinoesposito.it/mc/717/1/san-giovanni-della-croce

Oggi ricorre la festa di San Giovanni della Croce.

Riportiamo quando scrive Antonio Maria Sicari:

“San Giovanni della Croce, universalmente conosciuto come “dottore mistico”, nacque nel 1542 a Fontiveros, una cittadina della Castiglia. Già la tenera vicenda umana dei suoi genitori fu per Giovanni quasi un presagio: il papà, Gonzalo de Yepes, di nobile origine toledana, aveva sposato, contro la volontà dei suoi ricchi parenti, Caterina Alvarez, una povera tessitrice, di cui s’era innamorato. Era stato diseredato e, così, era stata Caterina a doverlo accogliere nella sua umile casetta e a insegnargli il mestiere di tessitore. Erano nati tre bambini, ma il papà li aveva lasciati troppo presto, vittima di un’epidemia mortale. Anche uno dei bambini morì di stenti. Giovanni, il più piccolo – che porterà per tutta la vita i segni della denutrizione patita – fu ospitato in un collegio per orfani, dove gli fu almeno concesso di studiare. Contemporaneamente, per mantenersi, faceva l’inserviente in un ospedale per sifilitici a Medina del Campo. 

Un’infanzia “infelice”, si direbbe, e un’adolescenza aggravata dagli stenti. E invece, proprio dal clima povero, ma dolce e intenso, che respirò in famiglia, Giovanni trasse quella certezza che avrebbe rischiarato tutta la sua esistenza: comprese, cioè, che la vita può essere una sublime avventura d’amore, benchè sia così spesso impregnata di sofferenze. Pur senza disprezzare l’amore umano, egli si sentiva inclinato a scoprire le meraviglie dell’amore che Cristo ha rivelato e promesso a chi lo segue. A ventuno anni chiese, dunque, di entrare nel convento carmelitano di Medina, iniziandovi gli studi che l’avrebbero condotto fino al sacerdozio. Potè così frequentare la prestigiosa università di Salamanca. 

Lo studio affascinava la sua intelligenza acuta e argomentativa, mentre la preghiera e l’ascesi lo affinavano interiormente e fisicamente. A tale scopo aveva scelto per sé una cella piccola e buia, solo perché aveva una finestrella che guardava sul presbiterio della Chiesa: là passava lunghe ore, assorto nella contemplazione del tabernacolo. Quando fu ordinato sacerdote aveva quasi deciso di dedicarsi a una forma di vita ancora più austera e solitaria (quella dei certosini), ma fu proprio in occasione della sua prima messa, celebrata a Medina, che gli accade di incontrare Santa Teresa d’Avila. Fu lei, col prestigio della sua santità e della sua maturità, a coinvolgerlo nella sua missione di riformatrice dell’antico o grande ordine carmelitano. Fu Teresa stessa a tagliare e cucire per lui un umile abito di lana grezza, e ad aiutarlo nella prima organizzazione di un poverissimo conventino a Durvelo, tra un gruppetto di case coloniche, sperduto nella campagna. Qui cominciò la storia dei primi carmelitani scalzi (cioè “riformati”), che vivevano in una solitudine quasi eremitica, interrompendo la preghiera solo per prendere un po' di cibo e per andare nelle borgate vicine a predicare ai contadini, privi di ogni assistenza religiosa. Ma Giovanni non potè restare allungo in quella beata solitudine. Presto fu necessario fondare altri conventi (e a lui veniva sempre affidato l’incarico di educatore dei giovani religiosi). Poi Teresa lo volle con sé ad Avila, per farsi aiutare nella formazione delle monache, di cui era priora. Ma l’attività dei due riformatori non era ben vista da tanti altri frati e monache che si ritenevano quasi offesi dalla loro azione, e c’era chi li accusava di ribellione e di disobbedienza ai superiori dell’Ordine. Allora le comunicazioni erano difficili e le notizie tendenziose si diffondevano facilmente. Così proprio il mite e umile Giovanni della Croce fu accusato ingiustamente d’essere un ribelle e “incarcerato” nel grande convento di Toledo, dove fu rinchiuso in un bugigattolo umido e buio. Vi restò quasi nove mesi: trattato a pane e acqua, con una sola tonaca che gli marciva addosso, mentre i pidocchi lo divoravano e la febbre lo consumava. Ma in quella terribile “notte oscura” Dio lo avvolse di luce e d’amore. Dal cuore straziato di Giovanni della Croce nacquero così, le più calde e luminose poesie d’amore che siano mai state scritte in lingua spagnola. Egli le componeva a memoria, per esprimere il grido dell’anima che cerca Dio, come una fidanzata cerca il suo amato, dal quale si è sentita improvvisamente abbandonata. Nella notte del carcere, lungo quei terribili mesi, Giovanni iniziò così il suo cammino verso il cuore della Sacra Scrittura, dove si trova incastonato il Cantico dei Cantici: la parola d’amore che Dio ha rivelato al suo popolo e alla sua Chiesa. Anche il nostro prigioniero compose, dunque, il suo Cantico spirituale: quasi un commento poetico del testo biblico, ricreato con ricchezza di immagini, di colori, di suoni, di paesaggi, di ricordi, di appassionate invocazioni. Quando, dopo nove mesi, riuscì a fuggire dal carcere, portò con sé un quadernetto dove aveva trascritto quei versi che l’avevano aiutato a credere, a sperare, e ad amare… 

Passò gli anni successivi, ricoprendo quasi sempre l’ufficio di superiore, generalmente amato e stimato, anche se tenuto un po' in secondo piano, ricercato da coloro che volevano essere guidati nel cammino verso Dio. A loro (soprattutto alle monache, ma anche a dei laici), Giovanni della croce spiegava le esigenze ardenti dell’amore di Dio, e lo faceva con lo stile che aveva imparato in prigione: scrivendo poesie e commentandole, rifacendosi continuamente agli insegnamenti della Sacra Scrittura e alla sua personalissima esperienza. “L’anima innamorata” insegnava Giovanni “è un’anima dolce, mite, umile e paziente”. 

A tutti egli ricordava che “un pensiero dell’uomo vale più del mondo intero e perciò soltanto Dio ne è degno!”. Insegnava con decisione l’esigente cammino della “nuda fede” che non vuole null’altro se non Dio. Soprattutto i monasteri fondati da Teresa si protendevano connaturalmente ad accogliere e desiderare la guida di Giovanni della Croce, e alle anime contemplative egli ripeteva le sue bellissime poesie (e ne componeva di nuove) e poi tentava di darne una spiegazione, un commento, utilizzando tutta la teologia che aveva studiato, (e Giovanni aveva una intelligenza e una forza argomentativa straordinarie) nel tentativo di spiegare l’indicibile. Al Cantico spirituale si aggiunsero prima la Notte oscura, poi la Fiamma viva d’Amore, con i relativi commenti, che lasciò quasi tutti incompleti. Sul finire della vita si trovò nuovamente avvolto nelle tenebre della sofferenza e dell’abbandono. Non tutti riuscivano a capire quella sua incredibile dolcezza pur mescolata a tanta inflessibilità, quando ne andavano di mezzo i diritti di Dio e il rispetto dovuto alla verità. Così qualcuno si spinse fino a calunniarlo, nel tentativo di screditarlo presso i superiori. A una monaca che voleva prendere le sue difese, Giovanni disse: “Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore”. Proprio in quei tristi anni egli stava commentando la sua ultima opera, quella Fiamma viva d’amore, che è tutto un divampare di carità. Nonostante le sofferenze fisiche e morali in cui era immerso, egli poteva cantare l’amore di Dio e per Dio, divenuto un possesso totale e ardente, e descrivere, per esperienza, l’abbraccio d’amore più intenso che sia possibile in questa terra. Quando solo un ultimo, leggerissimo velo che sta per lacerarsi separa la creatura dalla vita eterna. 

A 49 anni si ammalò gravemente: nel collo del piede gli si aprì una piaga tumorale che non si riusciva a curare. Giovanni visse la sua malattia nel desiderio di diventare sempre più simile al suo Signore Crocifisso. L’immedesimazione era così piena che egli arrivava a commuoversi, durante le medicazioni, nel guardare il suo povero piede piagato, perché gli sembrava di vedere quello trafitto di Cristo. Intanto la morte si avvicinava: nella tarda sera del 13 dicembre 1591, quando i confratelli riuniti attorno al suo letto iniziarono le preghiere per gli agonizzanti, Giovanni chiese che le interrompessero e disse: “Non ho bisogno di questo. Leggetemi qualcosa del Cantico dei Cantici”. E mentre quei versetti d’amore risuonavano nella cella del morente, egli sembrava incantato e sospirò: “Che perle preziose!”. Poi sentì suonare le campane di mezzanotte e disse: “Vado a cantare il Mattutino in cielo”.

 

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Thu, 14 Dec 2017 07:57:35 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/717/1/san-giovanni-della-croce donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Santa Lucia http://www.donpinoesposito.it/mc/716/1/santa-lucia

Oggi ricorre la festa di San Giovanni della Croce.

Riportiamo quando scrive Antonio Maria Sicari:

 

“San Giovanni della Croce, universalmente conosciuto come “dottore mistico”, nacque nel 1542 a Fontiveros, una cittadina della Castiglia. Già la tenera vicenda umana dei suoi genitori fu per Giovanni quasi un presagio: il papà, Gonzalo de Yepes, di nobile origine toledana, aveva sposato, contro la volontà dei suoi ricchi parenti, Caterina Alvarez, una povera tessitrice, di cui s’era innamorato. Era stato diseredato e, così, era stata Caterina a doverlo accogliere nella sua umile casetta e a insegnargli il mestiere di tessitore. Erano nati tre bambini, ma il papà li aveva lasciati troppo presto, vittima di un’epidemia mortale. Anche uno dei bambini morì di stenti. Giovanni, il più piccolo – che porterà per tutta la vita i segni della denutrizione patita – fu ospitato in un collegio per orfani, dove gli fu almeno concesso di studiare. Contemporaneamente, per mantenersi, faceva l’inserviente in un ospedale per sifilitici a Medina del Campo. 

Un’infanzia “infelice”, si direbbe, e un’adolescenza aggravata dagli stenti. E invece, proprio dal clima povero, ma dolce e intenso, che respirò in famiglia, Giovanni trasse quella certezza che avrebbe rischiarato tutta la sua esistenza: comprese, cioè, che la vita può essere una sublime avventura d’amore, benchè sia così spesso impregnata di sofferenze. Pur senza disprezzare l’amore umano, egli si sentiva inclinato a scoprire le meraviglie dell’amore che Cristo ha rivelato e promesso a chi lo segue. A ventuno anni chiese, dunque, di entrare nel convento carmelitano di Medina, iniziandovi gli studi che l’avrebbero condotto fino al sacerdozio. Potè così frequentare la prestigiosa università di Salamanca. 

Lo studio affascinava la sua intelligenza acuta e argomentativa, mentre la preghiera e l’ascesi lo affinavano interiormente e fisicamente. A tale scopo aveva scelto per sé una cella piccola e buia, solo perché aveva una finestrella che guardava sul presbiterio della Chiesa: là passava lunghe ore, assorto nella contemplazione del tabernacolo. Quando fu ordinato sacerdote aveva quasi deciso di dedicarsi a una forma di vita ancora più austera e solitaria (quella dei certosini), ma fu proprio in occasione della sua prima messa, celebrata a Medina, che gli accade di incontrare Santa Teresa d’Avila. Fu lei, col prestigio della sua santità e della sua maturità, a coinvolgerlo nella sua missione di riformatrice dell’antico o grande ordine carmelitano. Fu Teresa stessa a tagliare e cucire per lui un umile abito di lana grezza, e ad aiutarlo nella prima organizzazione di un poverissimo conventino a Durvelo, tra un gruppetto di case coloniche, sperduto nella campagna. Qui cominciò la storia dei primi carmelitani scalzi (cioè “riformati”), che vivevano in una solitudine quasi eremitica, interrompendo la preghiera solo per prendere un po' di cibo e per andare nelle borgate vicine a predicare ai contadini, privi di ogni assistenza religiosa. Ma Giovanni non potè restare allungo in quella beata solitudine. Presto fu necessario fondare altri conventi (e a lui veniva sempre affidato l’incarico di educatore dei giovani religiosi). Poi Teresa lo volle con sé ad Avila, per farsi aiutare nella formazione delle monache, di cui era priora. Ma l’attività dei due riformatori non era ben vista da tanti altri frati e monache che si ritenevano quasi offesi dalla loro azione, e c’era chi li accusava di ribellione e di disobbedienza ai superiori dell’Ordine. Allora le comunicazioni erano difficili e le notizie tendenziose si diffondevano facilmente. Così proprio il mite e umile Giovanni della Croce fu accusato ingiustamente d’essere un ribelle e “incarcerato” nel grande convento di Toledo, dove fu rinchiuso in un bugigattolo umido e buio. Vi restò quasi nove mesi: trattato a pane e acqua, con una sola tonaca che gli marciva addosso, mentre i pidocchi lo divoravano e la febbre lo consumava. Ma in quella terribile “notte oscura” Dio lo avvolse di luce e d’amore. Dal cuore straziato di Giovanni della Croce nacquero così, le più calde e luminose poesie d’amore che siano mai state scritte in lingua spagnola. Egli le componeva a memoria, per esprimere il grido dell’anima che cerca Dio, come una fidanzata cerca il suo amato, dal quale si è sentita improvvisamente abbandonata. Nella notte del carcere, lungo quei terribili mesi, Giovanni iniziò così il suo cammino verso il cuore della Sacra Scrittura, dove si trova incastonato il Cantico dei Cantici: la parola d’amore che Dio ha rivelato al suo popolo e alla sua Chiesa. Anche il nostro prigioniero compose, dunque, il suo Cantico spirituale: quasi un commento poetico del testo biblico, ricreato con ricchezza di immagini, di colori, di suoni, di paesaggi, di ricordi, di appassionate invocazioni. Quando, dopo nove mesi, riuscì a fuggire dal carcere, portò con sé un quadernetto dove aveva trascritto quei versi che l’avevano aiutato a credere, a sperare, e ad amare… 

Passò gli anni successivi, ricoprendo quasi sempre l’ufficio di superiore, generalmente amato e stimato, anche se tenuto un po' in secondo piano, ricercato da coloro che volevano essere guidati nel cammino verso Dio. A loro (soprattutto alle monache, ma anche a dei laici), Giovanni della croce spiegava le esigenze ardenti dell’amore di Dio, e lo faceva con lo stile che aveva imparato in prigione: scrivendo poesie e commentandole, rifacendosi continuamente agli insegnamenti della Sacra Scrittura e alla sua personalissima esperienza. “L’anima innamorata” insegnava Giovanni “è un’anima dolce, mite, umile e paziente”. 

A tutti egli ricordava che “un pensiero dell’uomo vale più del mondo intero e perciò soltanto Dio ne è degno!”. Insegnava con decisione l’esigente cammino della “nuda fede” che non vuole null’altro se non Dio. Soprattutto i monasteri fondati da Teresa si protendevano connaturalmente ad accogliere e desiderare la guida di Giovanni della Croce, e alle anime contemplative egli ripeteva le sue bellissime poesie (e ne componeva di nuove) e poi tentava di darne una spiegazione, un commento, utilizzando tutta la teologia che aveva studiato, (e Giovanni aveva una intelligenza e una forza argomentativa straordinarie) nel tentativo di spiegare l’indicibile. Al Cantico spirituale si aggiunsero prima la Notte oscura, poi la Fiamma viva d’Amore, con i relativi commenti, che lasciò quasi tutti incompleti. Sul finire della vita si trovò nuovamente avvolto nelle tenebre della sofferenza e dell’abbandono. Non tutti riuscivano a capire quella sua incredibile dolcezza pur mescolata a tanta inflessibilità, quando ne andavano di mezzo i diritti di Dio e il rispetto dovuto alla verità. Così qualcuno si spinse fino a calunniarlo, nel tentativo di screditarlo presso i superiori. A una monaca che voleva prendere le sue difese, Giovanni disse: “Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore”. Proprio in quei tristi anni egli stava commentando la sua ultima opera, quella Fiamma viva d’amore, che è tutto un divampare di carità. Nonostante le sofferenze fisiche e morali in cui era immerso, egli poteva cantare l’amore di Dio e per Dio, divenuto un possesso totale e ardente, e descrivere, per esperienza, l’abbraccio d’amore più intenso che sia possibile in questa terra. Quando solo un ultimo, leggerissimo velo che sta per lacerarsi separa la creatura dalla vita eterna. 

A 49 anni si ammalò gravemente: nel collo del piede gli si aprì una piaga tumorale che non si riusciva a curare. Giovanni visse la sua malattia nel desiderio di diventare sempre più simile al suo Signore Crocifisso. L’immedesimazione era così piena che egli arrivava a commuoversi, durante le medicazioni, nel guardare il suo povero piede piagato, perché gli sembrava di vedere quello trafitto di Cristo. Intanto la morte si avvicinava: nella tarda sera del 13 dicembre 1591, quando i confratelli riuniti attorno al suo letto iniziarono le preghiere per gli agonizzanti, Giovanni chiese che le interrompessero e disse: “Non ho bisogno di questo. Leggetemi qualcosa del Cantico dei Cantici”. E mentre quei versetti d’amore risuonavano nella cella del morente, egli sembrava incantato e sospirò: “Che perle preziose!”. Poi sentì suonare le campane di mezzanotte e disse: “Vado a cantare il Mattutino in cielo”.

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Wed, 13 Dec 2017 09:01:25 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/716/1/santa-lucia donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Venerdì 8 dicembre - Immacolata http://www.donpinoesposito.it/mc/715/1/venerdi-8-dicembre---immacolata

Dal Vangelo secondo luca (1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.

Entrando da lei, disse: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.

Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”.

Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei. 

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Fri, 8 Dec 2017 11:44:22 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/715/1/venerdi-8-dicembre---immacolata donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Festa di San Nicola di Bari. http://www.donpinoesposito.it/mc/714/1/festa-di-san-nicola-di-bari

Oggi ricorre la festa di San Nicola di Bari.

Riportiamo quando scrive Gerardo Cioffari:

“Santo fra i più celebri della cristianità, Nicola nacque intorno al 260 a Pàtara in Asia Minore (odierna Turchia Meridionale). Della sua famiglia e della sua infanzia nulla ci è pervenuto, se non un episodio edificante (il mercoledì e il venerdì succhiava il latte materno una sola volta nella giornata), riflesso delle origini monastiche bizantine dell’antico biografo, Michele Archimandrita (VIII secolo). Intorno all’anno 300 il popolo di Mira lo elesse suo vescovo, sull’esempio di quanto accade poi per i santi Severo, Ambrogio e altri. Tutto quanto viene detto poi della sua infanzia non si riferisce a lui, ma un omonimo monaco vissuto duecento anni dopo nella stessa regione (Nicola Archimandrita di Sion e vescovo di Pinara).

Molto probabilmente l’elezione episcopale a furor di popolo (nella biografia però è la voce di Dio che un vescovo ascolta in sogno) fu causata dalla sua fama di santo della carità. Il già citato Michele Archimandrita, infatti, fra le sue azioni ricorda l’intervento a favore di tre fanciulle. Figlio di genitori facoltosi, Nicola era venuto a sapere da un vicino che in una casa, a pochi isolati dalla sua, viveva, con le sue tre figlie povere, un nobile decaduto. La cosa però che lo scosse maggiormente fu il rimedio che il padre voleva adottare per superare le difficoltà finanziarie, quella di fare prostituire le figlie. A evitare che il padre infelice mettesse in atto quello sciagurato disegno, Nicola avvolse delle monete d’oro in un panno e nottetempo si recò sotto la finestra di quella casa, lasciandolo scivolare il sacchetto all’interno. Si può ben immaginare la sorpresa del padre, nonché la grande gioia per la possibilità che gli si presentava di maritare onorevolmente la prima figlia. Qualche tempo dopo Nicola ripetè il gesto, e il padre potè fare convolare a giuste nozze anche la seconda figlia. Si ripromise però di voler conoscere il provvidenziale donatore e cominciò a dormire cercando di cogliere ogni minimo rumore. Quando per la terza volta udì il tintinnio del sacchetto di monete che cadeva a terra, corse alla porta e dopo un breve inseguimento raggiunse Nicola. Lo riconobbe, ma Nicola gli fece promettere di non dire alcunchè.

Fu in questi atti di carità che l’Oriente (agiografia bizantina e letteratura popolare russa) e l’Occidente (con a capo Dante e San Tommaso) videro la vera identità del santo. Nel mondo ecclesiastico, e quindi nella liturgia, si è voluto mettere in rilievo anche il suo zelo per l’ortodossia della fede. Così, non solo si parlava della sua partecipazione al concilio di Nicea (325 d.C.), ma si aggiungevano leggende, come ad esempio lo schiaffo all’eretico Ario che negava la divinità di Cristo. In realtà, oltre la sua partecipazione al concilio, trovandosi il suo nome nella lista di Teodoro il Lettore, del 515 ca., ritenuta autentica dal maggiore esperto di Concilii antichi, Edward Schwartz, nulla si può dire del suo atteggiamento in quel concilio. Tanto più che nessuno scrittore del IV secolo lo nomina, e l’encomio del patriarca Proclo (390-446) è di dubbia autenticità. Dovrebbe essere morto, perciò, non più tardi del 335. Andrea di Creta, verso l’anno 700, ricordava che Nicola convertì il vescovo Teognide, il che è possibile. Ma è probabile che nel consesso niceno Nicola fosse fra moderati. Un po' come Eusebio di Cesarea o, più tardi, Sant’Ilario. Avversario di Ario, quindi, ma non in linea con San Atanasio, almeno a giudicare dal fatto che Atanasio non lo menzionò mai e che forse si trovava in una opposta collocazione politica. Il più antico biografo del santo (IV-V secolo) scrisse una Vita di cui ci è pervenuto un solo episodio; citato anche da altri (Eustrasio di Costantinopoli) è forse il fatto più storicamente accertato. Narra che tre ufficiali di Costantino, nell’ambito di una operazione per sedare una ribellione di mercenari taifali, scesero con le loro navi costeggiando l’Asia Minore. Attraccarono ad Antriake (porto di Mira) e concessero alcune ore di libertà ai soldati. Un gruppo di essi raggiunse Mira, a circa tre chilometri all’interno, e provocò dei disordini. Di questi furono accusati tre cittadini innocenti, i quali furono trascinati sul luogo dell’esecuzione. Alcuni accorsero dal vescovo Nicola, che nel frattempo aveva ricevuto i tre ufficiali, e gli riferirono ciò che stava accadendo. Lasciando tutto, Nicola si avviò speditamente dove gli avevano detto che si trovavano i soldati con i condannati. Non li trovò. Si informò nuovamente, e dopo qualche tentativo, giunse finalmente sul luogo proprio mentre il boia si preparava a decapitare i malcapitati. Dopo aver bloccato il boia, e liberati i prigionieri, si condusse al palazzo del governatore Eustazio e lo rimproverò aspramente per aver approfittato della situazione e perché, in cambio di denaro, aveva condannato tre innocenti.

Quando gli ufficiali Nepoziano, Urso(ne) ed Erpilio(ne) rientrarono a Costantinopoli furono accolti trionfalmente. Alla gloria, però, ben presto seguì l’umiliazione. Ablavio, prefetto del pretorio, appoggiò l’accusa di aver tramato ai danni dell’impero, spingendo Costantino a condannarli a morte. La sera precedente all’esecuzione, nel carcere Nepoziano pregò il Signore affinchè, come Nicola aveva salvato i tre innocenti a Mira, salvasse anche loro per la sua intercessione. Nicola allora apparve minaccioso in sogno prima all’imperatore poi al prefetto. Quando si svegliarono questi pensarono ad arti magiche, ma il racconto di Nepoziano convinse del miracolo l’imperatore, che li liberò, inviandoli persino a consegnare dei doni al santo vescovo di Mira.

Non essendo né scrittore né martire né monaco, Nicola non attirò l’attenzione dei contemporanei, ma la diffusione del nome “Nicola” nel V secolo e le testimonianze del VI secolo, rivelano che il suo culto da Mira si stava irradiando in tutto l’impero. Grazie al Passionario Romano del 640 circa, Nicola entrava decisamente anche in Occidente. Rabano Mauro già nell’818 parla di una sua reliquia a Fulda (Germania). Intanto, un archimandrita bizantino di nome Michele scriveva la prima biografia che ci sia pervenuta e che, data la mancanza di riferimenti all’iconoclasmo, potrebbe essere datata al 720 circa. Su di essa ne elaborava una il patriarca di Costantinopoli Metodio (morto nell’847), al quale si rifece Giovanni diacono di Napoli (880 circa), dal quale dipendono tutte le vite latine.

Oltre ai già narrati, una certa notorietà ebbero anche episodi come il tributo, con Nicola che ne ottenne la riduzione per i miresi suoi concittadini, oppure le navi granarie in tempo di carestia, di cui convinse i capitani delle navi a scaricarne parte nella città di Mira, oppure la distruzione del tempio di Artemide. Tutti episodi più che realistici, a testimonianza della concreta carità del vescovo verso il suo gregge, ma che gli angiografi vollero abbellire con conclusioni miracolistiche (la concessione imperiale di riduzione del tributo arrivava per mare in giornata da Costantinopoli a Mira, il peso del grano all’arrivo a Costantinopoli risultava lo stesso della partenza da Alessandria, nonostante la consegna a Nicola, e così via). Intorno all’anno 900, San Nicola divenne il santo più venerato in Oriente e in Occidente. Inoltre, da protettore dei carcerati e condannati a morte, nonché delle fanciulle da marito, per i tanti miracoli che andarono ad aggiungersi alle Vite, divenne anche il protettore dei marinai. E quando qualcuno cominciò a scrivere che aveva salvato tre bambini (invece di tre innocenti) nacque anche il suo patronato sui bambini con le relative leggende che sfoceranno nella gioiosa figura di Santa Claus o Babbo Natale.

Intanto, nell’XI secolo, il destino di San Nicola venne ad incrociarsi con quello di una città della puglia, Bari, la quale, conquistata dai normanni (1071) era caduta in una crisi politica (perdendo il ruolo di capitale bizantina dell’Italia) e commerciale. La città pugliese risolse almeno la seconda, grazie all’intraprendenza di sessantadue marinai in missione commerciale ad Antiochia di Siria. Rinviato un primo tentativo per la presenza dei saraceni, nel secondo, sulla via del ritorno, irruppero nella Chiesa di Mira e si impadronirono delle reliquie del santo, giungendo a Bari la domenica 9 maggio 1087. Tutta l’Europa venne a conoscenza dell’evento, che gode tra l’altro di una massiccia documentazione (archivio della basilica di San Nicola di Bari). Dopo un violento contrasto, il popolo barese ottenne dall’Arcivescovo Ursone che l’antica residenza del catepano (governatore bizantino dell’Italia meridionale) fosse ristrutturata, e da palazzo civile divenisse una basilica.

L’ecumenicità del santo fece si che non solo dai paesi di tradizione latina (come Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera, Belgio, Spagna) ma anche da quelli slavi (come Russia, Serbia, Croazia, Polonia) giungessero pellegrini, a testimonianza di un culto più forte della stessa divisione delle Chiese in cattolica e ortodossa. Il pellegrinaggio russo ortodosso a Bari è divenuto oggi quotidiano. La Sala del Tesoro (preziosi soprattutto i doni normanni e angioini), è una testimonianza di questa universalità di devozione.

 

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Wed, 6 Dec 2017 16:53:47 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/714/1/festa-di-san-nicola-di-bari donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 3 dicembre http://www.donpinoesposito.it/mc/713/1/domenica-3-dicembre

Dal Vangelo secondo Marco (13,33-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. E’ come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.

Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino: fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”.

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Sun, 3 Dec 2017 14:59:51 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/713/1/domenica-3-dicembre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Crescere in umiltà ... http://www.donpinoesposito.it/mc/712/1/crescere-in-umilta-

Nella mia rubrica, Don Pino Esposito Charitas, abbiamo affrontato moltissimi argomenti ma quello che più mi sta a cuore è probabilmente questo. Essere umili non significa solo sapere vivere ma anche e soprattutto essere vicini a Dio.

L’umiltà sta alla radice di tutte le virtù e costituisce il supporto della vita cristiana. Le si oppone la superbia con le sue inevitabili conseguenze di egoismo. La persona egoista si ritiene la misura di tutte le cose, fino ad aggiungere all’atteggiamento in cui S. Agostino ravvisa come l’origine di ogni deviazione morale: “l’amore di sé fino all’indifferenza per Dio”.

L’egoista non sa amare: cerca sempre di ricevere, perché in fondo ama solo sé stesso. Non sa essere né generoso, né grato e quando loda, lo fa calcolando il possibile beneficio che ne trarrà.

Non sa dare senza aspettarsi nulla in cambio. Nel fondo, l’egoista disprezza gli altri.

La superbia è la radice dell’egoismo, significa vedere tutto sotto la luce dell’utile personale.

Come diceva Santa Caterina da Siena: “l’anima non può vivere senza amare e quando non ama Dio ama disordinatamente sé stessa”.

Dobbiamo chiedere al Signore che ci aiuti a crescere in umiltà e che non ci lasci cadere nella tentazione della superbia, che è il più ridicolo dei peccati.

Chi si considera superiore a tutto e a tutti non fa che contemplare sé stesso e disprezzare gli altri.

Chiediamo allora al Signore, nella nostra quotidianità cristiana, di non cadere in questa triste condizione, in cui non ci è dato di contemplare il suo volto amabile e le sue inumerevoli virtù.

Don Pino Esposito

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Thu, 30 Nov 2017 18:29:55 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/712/1/crescere-in-umilta- donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 26 novembre http://www.donpinoesposito.it/mc/711/1/domenica-26-novembre

L’anno liturgico si chiude con la solenne rappresentazione del giudizio finale di Cristo: la Parola ci proietta verso il senso profondo e ultimo della storia. La centralità del Cristo nella lettura della storia e dell’esistenza è la grande premessa della liturgia odierna: Egli appare come re dell’umanità, seduto sul trono della gloria e ciascuno di noi, di fronte al suo sguardo, è invitato a un bilancio della propria esistenza e dell’attuazione della propria fede e della relazione vitale con Lui che si compie nell’amore gratuito e universale verso i piccoli e i poveri, nei quali Egli è misteriosamente presente.

Il vangelo ci presenta il Signore Gesù come magnifico re e giudice, solidale con gli ultimi, affamati e assetati, stranieri e senza tetto, nudi, malati e prigionieri. Soltanto nella solidarietà Egli è re, rivelandosi come Colui che è disceso nelle più basse e miserabili situazioni umane per conoscerle e salvarle. La liturgia approfondisce questa immagine attraverso la classica rappresentazione di Dio come pastore dell’umanità, tracciata dal brano di Ezechiele, dominato da verbi che esprimono la premura e la cura di Dio verso il suo gregge.

E’ il primato dell’amore a emergere nella Parola di oggi come l’unico agire che ci permette di entrare nella vita eterna: il nostro destino ultimo è il giudizio finale, che riaffiora anche nella seconda lettura, si giocano nella realtà attuale della nostra vita e nella nostra partecipazione fattiva e concreta all’amore di Dio, al suo progetto salvifico nel quale tutto, compresa la morte, sarà sottomesso al Risorto, e in Dio tutto troverà il suo splendore e il suo indistruttibile valore.

Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sua sinistra.

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà a loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non lo avete fatto a me. E se andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”.

Don Pino Esposito 

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Sun, 26 Nov 2017 10:41:49 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/711/1/domenica-26-novembre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 19 novembre http://www.donpinoesposito.it/mc/710/1/domenica-19-novembre

La parola di questa domenica insiste ancora sulla vigilanza attiva e sulla responsabilità coraggiosa che devono contraddistinguere tutti coloro che hanno ricevuto il messaggio della salvezza. Il brano evangelico esorta l’uomo a un impegno concreto e intelligente nella molteplicità dei doni e delle situazioni.

Sullo sfondo c’è l’impegno di Dio che manda il suo Figlio, non solo per giudicare, ma soprattutto per valorizzare il bene e partecipare la sua gioia. Gesù non ha nulla del padrone duro ed esigente; ciò che attende da noi è commisurato al suo amore che non può accontentarsi di poco: ci chiede tutto per donarci tutto. La parabola presentata dal vangelo va dunque ben al di là del livello morale in cui si colloca la prima lettura, profilo della donna sapiente – in cui il cristiano rivede i tratti di Maria – che intesse di fede (timor di Dio) la sua quotidianità.

Non si tratta semplicemente di valorizzare i doni ricevuti: il capitale che il Signore ci affida è prima di tutto la sua Parola che apre alla nostra vita orizzonti infiniti ed è anche la missione evangelizzatrice a cui si ricollega il futuro della Chiesa e del regno.

Questa accettazione efficace e attiva del dono della salvezza, a cui ci invita il vangelo, trova il suo equivalente nell’ammonimento paolino che nella seconda lettura invita i cristiani a restare svegli, cioè ad essere testimoni perseveranti della resurrezione, in un impegno sobrio e chiaro che rende pronti ad andare incontro a Colui che viene.

La chiamata che la liturgia oggi porta con se ci spinge quindi a non mancare agli appuntamenti con la storia, a non diventare conservatori impauriti della Parola, per timore del rischio o per difetto di iniziativa, difronte ai bisogno del mondo. 

Dal Vangelo secondo Matteo (25,14-30)

[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì].

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che en aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui che invece aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

[Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”].

Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso: avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; la sarà pianto e stridore di denti”.

Don Pino Esposito

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Sun, 19 Nov 2017 10:41:08 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/710/1/domenica-19-novembre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Salvo d’Acquisto, nelle parole e nel pensiero degli ultimi quattro papi http://www.donpinoesposito.it/mc/709/1/salvo-d-acquisto-nelle-parole-e-nel-pensiero-degli-ultimi-quattro-papi

Nel settembre 1943, un’esplosione in una caserma della Guardia di Finanza, nei pressi di Roma, uccide un soldato di una truppa SS tedesca e ne ferisce altri due. 22 civili sono rastrellati in vista di una rappresaglia, tra questi anche il vicebrigadiere dell’arma dei Carabinieri Salvo d’Acquisto. Prelevato dalla caserma, tenta di dimostrare il carattere accidentale dell’esplosione, infine lascia ricadere su di lui la colpa. Innocente, viene fucilato per consentire il rilascio degli altri prigionieri.

Nel 1973, a quarant’anni di distanza, Paolo VI menziona il sacrificio di d’Acquisto tra gli esempi più autentici di laicato, inteso nel suo valore positivo di chi si sente «cittadino del Popolo di Dio». Egli – aggiunge Papa Montini – «coscientemente e spontaneamente», avendo dato «la sua giovane esistenza in cambio della salvezza di ventidue ostaggi», è un «esempio tipico e magnifico di umile coraggio per l’altrui difesa»[1].

Nel 1983, inizia una causa di canonizzazione per “eroismo delle virtù” ed “eroica testimonianza della carità”. In      quello stesso anno, Giovanni Paolo II, in visita a una Scuola di allievi Carabinieri, celebra in d’Acquisto un «luminoso esempio di abnegazione e di sacrificio», che si impone «all’ammirazione e alla riconoscenza di tutti»[2].

Nel 1991, in chiusura della prima fase del processo diocesano di beatificazione, Mons. Giovanni Marra, Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia, dichiara che il sacrificio di d’Acquisto nasce «da una concezione della vita, fondata in quella fede cristiana cui la famiglia e la scuola lo avevano educato, che gli ha dato, in quell’estremo momento, la necessaria energia spirituale e la forza morale per testimoniare, col suo olocausto, in un supremo gesto di carità, l’amore di Dio e l’amore dei fratelli»[3].

La beatificazione si ferma al ‘titolo’ di “Servo di Dio”, riconosciuto dalla Chiesa al sottufficiale in odore di santità. Negli anni a seguire, successivi alla prima fase del processo canonico, Giovanni Paolo II continua a parlarne pubblicamente. Per il Santo Padre, il «dono della vita», di cui d’Acquisto ha dato prova, testimonia la «fedeltà a Cristo ed ai Fratelli». Lo asserisce nel 1999, in occasione del primo sinodo diocesano nazionale dei cappellani militari[4]. Due anni dopo, vede in lui la dimostrazione che nell’Arma dei Carabinieri «si può raggiungere la vetta della santità nell’adempimento fedele e generoso dei doveri del proprio Stato»[5].

Nel 2008, Tarciso Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI, integra l’edizione del calendario storico dell’Arma dei Carabinieri con una riflessione. La dedica all’«atto eroico» di d’Acquisto che «ha raggiunto la vetta più alta dell’amore» in conformità alle parole del Vangelo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Giovanni, 15, 13)[6]. Ciò venne espresso a ridosso della considerazione del Papa emerito sulla necessità di «riproporre l’esempio dei Martiri cristiani, sia dell’antichità sia dei nostri giorni, nella cui vita e nella cui testimonianza, spinta fino all’effusione del sangue, si manifesta in modo supremo l’amore di Dio»[7].

Nel 2014, in occasione del bicentenario dalla fondazione dei Carabinieri, d’Acquisto è ricordato con il cuore, con la preghiera e con il silenzio, da Papa Francesco, per aver «offerto la sua giovane esistenza per salvare la vita di persone innocenti dalla brutalità nazista»[8]. Egli è un esempio eminente di servizio al prossimo.

Don Pino Esposito

 

[1] Paolo VI, Angelus Domini, 23 settembre 1973.

[2] Giovanni Paolo II, Omelia. Visita alla Scuola allievi carabinieri, 9 aprile 1983.

[3] Giovanni Marra, dichiarazione in chiusura del processo diocesano di beatificazione di Salvo d’Acquisto, Roma, 25 Novembre 1991.

[4] Giovanni Paolo II, discorso ai partecipanti al primo sinodo diocesano dell’Ordinariato militare italiano, 6 maggio 1999.

[5] Giovanni Paolo II, discorso ai Carabinieri del Comando provinciale di Roma, 26 febbraio 2001.

[6] Tarciso Bertone, riflessione nell’edizione 2008 del Calendario storico dell’Arma dei Carabinieri.

[7] Benedetto XVI lettera a mons. Gianfranco Ravasi in occasione della XII seduta pubblica delle Pontificie Accademie, 8 novembre 2007.

[8] Francesco, discorso ai partecipanti dell’Arma dei Carabinieri nel bicentenario di fondazione, 6 giugno 2014.

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Fri, 17 Nov 2017 00:49:43 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/709/1/salvo-d-acquisto-nelle-parole-e-nel-pensiero-degli-ultimi-quattro-papi donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 12 novembre http://www.donpinoesposito.it/mc/708/1/domenica-12-novembre

Siamo giunti alla penultima tappa dell’itinerario liturgico in cui il Signore ci dona di fissare il nostro sguardo sulla meta che ci attende: l’incontro con Lui, visto nella simbolica di un gioioso banchetto nuziale. E’ la meta che decide l’impostazione della nostra vita. Il nostro presente è “letto” dal futuro e per un credente viene illuminato da esso.

Quello che importa non è essere morti o vivi ci avverte con forza provocatoria San Paolo ma avere fiducia in Cristo morto e risorto per noi oppure no. E’ questo ciò che decide la qualità della nostra vita. Questa fiducia si alimenta quotidianamente dell’olio della sapienza, che da sapore e senso alla nostra ferialità e va desiderata: “la sapienza… si lascia trovare da quelli che la cercano”.

Le lampade di cui ci parla San Matteo e delle quali sono in possesso tutte le vergini, con la differenza di essere piene o vuote di olio, visualizzano efficacemente una vita protesa verso l’incontro con Cristo oppure ripiegata nell’immediato. Una lampada senza olio rappresenta un’autentica stoltezza, perché si perde nell’insignificanza di una vita che non punta all’essenziale - la relazione con il Signore – ma si perde nei rivoli di una fugace precarietà.

Un altro elemento mette in luce la parabola: il rapporto con il tempo. Si può pensare, ci avverte Gesù, che l’attesa di Lui sia vana o troppo lunga e che non valga la pena amare, sperare e credere in Lui. La risposta ce la dona Gesù stesso: “arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze”. La gioia dell’incontro con Lui non ricolma forse l’attesa di una vita? 

Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-13)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andate incontro!”.

Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.

Le sagge risposero: No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.

Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

Don Pino Esposito

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Sun, 12 Nov 2017 17:01:16 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/708/1/domenica-12-novembre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
San Francesco d’Assisi e la sua diplomazia evangelica http://www.donpinoesposito.it/mc/707/1/san-francesco-d-assisi-e-la-sua-diplomazia-evangelica

1. L’agiografia

Francesco “giullare di Dio”, “colonna che sostenne la Chiesa in rovina”, “poverello di Assisi” e “compagno fedele di madonna Povertate”, ma soprattutto uomo di profonda fede e di una forte personalità carismatica, è molto lontano dalle trame della politica e, tuttavia, un episodio della sua straordinaria biografia ha fatto parlare molti storici di un intervento diplomatico e pacificatore su invito del Papa Innocenzo III, mentre altri l’hanno interpretato come una missione evangelizzatrice e, comunque, pacificatrice. Stiamo parlando dell’incontro tra San Francesco e il sultano di Egitto e Siria al-Malik al-Kāmil, avvenuto nel 1219.

La biografia di San Francesco, come quella di molti altri santi dei secoli passati si basa essenzialmente sulla documentazione agiografica e questo pone alcuni problemi interpretativi, come nel caso dell’episodio sopra menzionato. Secondo Delehaye, possiamo considerare come «agiografico» in senso stretto, un documento di carattere religioso che proponga come obiettivo l’edificazione spirituale che trae ispirazione dal culto di un santo ed è, contemporaneamente, destinato a promuoverlo. Proprio nelle finalità cogliamo un elemento importante di differenziazione tra la fonte agiografica e altre fonti (ad esempio, le “cronache”). Le fonti agiografiche francescane sono dunque da considerarsi quelle prodotte in prossimità e posteriormente alla canonizzazione e, dunque, alla proclamazione della santità di Francesco il cui obiettivo principale è quello di far conoscere la sua storia in quanto “santo”.

L’obiettivo di presentare un modello di santità genera una sostanziale uniformità nelle opere agiografiche, attraverso il ricorso ai precedenti, primo fra tutto quello del Cristo, spingendo spesso gli storici a non considerare le fonti agiografiche per la ricostruzione storica di un personaggio, laddove i suoi tratti individuali e le sue azioni siano state manipolate in termini edificatori dagli agiografi, dove possono costituire fonti inestimabili per l’evolversi dei modelli di santità.

Per l’agiografo, la garanzia di verità del fatto narrato risiede nella riproposizione di azioni, parole, circostanze codificate dalla tradizione; in cui la verità non si identifica con il concetto moderno, quanto con il riconoscimento dell’attuazione nella vita del santo del progetto divino.

Questa è la chiave di interpretazione di passi come quello in cui Tommaso da Celano, concludendo il racconto dell’acqua fatta miracolosamente scaturire da Francesco per dissetare un contadino, afferma: «non è certo cosa straordinaria se ripete azioni simili a quelle di altri santi chi è unito a Cristo per una grazia speciale» (1Cel., 46). Il richiamo implicito è da riferirsi ad analoghi gesti di Mosé o di San Benedetto: preoccupandosi di giustificare la somiglianza, Tommaso dimostra di avere consapevolezza del problema.

 

2. Un giovane come tanti altri

Francesco nacque nel 1182, da Pietro di Bernardone e dalla nobile Giovanna Pica. Il padre era un mercante che aveva fatto fortuna commerciando con la Provenza, in Francia ove sembra acquistasse le stoffe che commerciava nel Ducato di Spoleto, e sembra che proprio a ciò sia legata a scelta del nome del bambino, peraltro dopo esser stato già battezzato con il nome di Giovanni nella cattedrale di Assisi dedicata a San Giovanni Battista. Sembra che avesse almeno un fratello, Angelo.

L’agiografia francescana non ci offre molte notizie sulla sua infanzia e gioventù, sebbene sia logico ritenere che egli venisse istruito per affiancare il padre nel commercio familiare. Fece i propri studi presso i canonici della cattedrale di San Giorgio per dedicarsi, raggiunti i quattordici anni, all'attività commerciale paterna. Sembra che trascorresse la propria gioventù come i propri pari, in compagnia degli aristocratici assisiani, scendendo in campo nelle lotte della città contro Perugia che già nel 1154 era divampata con avverse scelte di campo rispettivamente ghibellina di Assisi e guelfa dei perugini. Di fatto, nel 1202 l’esercito assisiate venne sconfitto a Collestrada e sembra che Francesco fu tra i prigionieri che vennero rinchiusi nel carcere. Dopo un anno di prigionia, poté tornare a casa, ammalato, dietro il pagamento di un riscatto: secondo quanto narra Tommaso da Celano quest’esperienza spinse il nostro giovane ad iniziare un percorso di riflessone e di conversione che lo portò a mutare pensiero e vita, facendosi custode di «Gesù Cristo nell'intimità del cuore»[1].

 

3. La conversione

 

Tra il 1203 e il 1204 Francesco, mosso dall’incitamento di papa Innocenzo III alla riconquista di Gerusalemme, volle prendere parte alla Crociata, tentando di unirsi a Lecce alla corte di Gualtieri III di Brienne, e di lì partire con gli altri cavalieri per Gerusalemme: il desiderio di partecipare alla crociata va inserito in un immaginario collettivo entro il quale il recupero alla cristianità della Terrasanta costituiva una delle massime aspirazioni per un cristiano che volesse servire Dio e il popolo cristiano. Poco dopo la partenza, Francesco si ammalò e fu costretto a fermarsi a Spoleto, maturando la decisone di desistere dall’impresa. È difficile ricostruire con esattezza la sua conversione, anche attraverso il filtro agiografico: vi è chi sottolinea il significato che possa aver avuto la frustrazione della volontà di farsi cavaliere e partire per la crociata, altri, più correttamente, evidenziano la presenza sempre più forte e prepotente di una sensibilità che via via si apre alla compassione per i più deboli, per i deboli e i reietti lebbrosi e gli ammalati, per tutti coloro che vivevano ai margini della sua società e che vedeva intorno a sé.

Successivamente, Francesco disse di aver avuto due visioni notturne in quei giorni. Nella prima Francesco vide un castello pieno di armi, mentre una voce gli promise di farne il padrone. Nella seconda, la voce tornò a parlargli chiedendogli se fosse stato «più utile seguire il servo o il padrone»: quando il ragazzo rispose «il padrone», la voce gli chiese «allora perché hai abbandonato il padrone, per seguire il servo?»[2].

Le visioni giunsero sul filo di una profonda riflessione che spinse Francesco a mutare progetti e far ritorno alla propria città, cercando la solitudine della preghiera sino a lasciare che questo bisogno divenisse la sua principale istanza.

Il mutamento del suo comportamento non venne subito compreso nella sua radicalità e il padre cercò di riportarlo agli affari di famiglia, ma invano. Un giorno questi lo mandò a Roma per vendere una partita di stoffe, tuttavia la vista di molti poveri spinse il giovane non solo a dargli il ricavato della vendita, ma a scambiare le proprie vesti con un mendicante con il quale volle condividere la propria umanità, sino a chiedere l’elemosina davanti alla porta di San Pietro.

Oramai vicino alla morte, Francesco ritornerà sulla sua conversione, leggendola in termini di esigenza di fare ammenda per i propri peccati, traendo gioia da ciò che gli altri considerano vergognoso e umiliante, alla luce dell’esercizio della misericordia:

«Il Signore concesse a me Frate Francesco, d’incominciare così a fare penitenza, poiché essendo io nei peccati, troppo amaro mi sembrava vedere i lebbrosi, ma lo stesso Signore mi condusse fra loro ed io esercitai misericordia con loro. E partendomene, ciò che mi era apparso amaro mi fu convertito in dolcezza nell'animo e nel corpo. E poi tardai poco e uscii dal secolo»[3].

 

Queste manifestazioni di profondo ripensamento della propria vita trovarono il proprio culmine nel 1205, quando davanti al crocifisso della chiesa di San Damiano, da esso provenne una voce che per tre volte gli ripetè la frase oramai nota, «Francesco, va' e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».

Il comportamento del giovane mutò ulteriormente, esasperando il padre, preoccupato per la sua salute mentale. Un giorno Francesco prese quante più stoffe poté nel magazzino paterno per venderle a Foligno e donarne il ricavato al parroco di San Damiano affinché lo utilizzasse per riparare la piccola Chiesa che, nell’autunno successivo, dopo un mese di ritiro, vide maturare definitivamente la decisione di Francesco di allontanarsi dal mondo. Tornato ad Assisi, si scontrò con il padre che gli rimproverava di sperperare il denaro e i beni della famiglia, portandolo perciò davanti alle autorità. Francesco cercò allora il giudizio del vescovo Guido, dove davanti alla popolazione assisiana accorsa a vedere cosa accadesse, si spogliò dei propri abiti restituendoli al padre Pietro dedicando pubblicamente la propria esistenza a Dio, il «Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza»[4].

Nell’atto di pietas del vescovo che ricoprì subito il ragazzo per nasconderne la nudità agli occhi della gente, si lesse l’accoglienza di Francesco in seno a quella Chiesa che egli si prefisse di risanare e sostenere.

 

4. Una nuova vita al servizio di Dio

Ebbe inizio così il cammino del giovane verso la sua nuova vita. Nell’inverso del 1206 lo troviamo a Gubbio, accolto dall’amico Federico Spadalona che con lui aveva condiviso la prigionia perugina e, qui vestì il saio, rifiutando i ricchi abiti dell’amico, per trasferirsi poi presso il lebbrosario eugubino di San Lazzaro di Betania, mettendosi a servizio dei malati e degli infermi. Il contatto quotidiano con le miserie di questi bisognosi costituirono un’esperienza indelebile in lui.

In questi giorni lo vediamo spostarsi nelle campagne tra Gubbio e Assisi nella sua predicazione itinerante. Proprio nel contado di Gubbio avvenne l’episodio dell’incontro con il lupo, vicino alla piccola chiesa di Santa Maria della Vittoria. Ad Assisi Francesco si dedicò alla riparazione di alcune piccole chiese in rovina, come quella di San Pietro fuori le mura, quella della Porziuncola a Santa Maria degli Angeli e San Damiano.

Sono anni di vita solitaria, caratterizzati dalla preghiera, dal servizio offerto ai lebbrosi, dal lavoro manuale e dalla vita basata sulla carità dell’elemosina, nella povertà di ispirazione cristologica.

La sua rinuncia alla vita ed alle ricchezze secolari, accolta come follia da molti e celebrata da Francesco come motivo di gioia per la vicinanza al Cristo e a Dio.

Ma la sua aspirazione non trovò realizzazione in quegli angusti confini: la cronaca ci narra dell’ascolto di un passo del Vangelo secondo Matteo10, 5 segg. In cui si parla della missione affidata da Gesù ai dodici apostoli, il 24 febbraio 1208 nella chiesetta Porziuncola nella campagna di Assisi che gli fece cogliere la propria vocazione nella necessità di portare la Parola di Dio per le strade del mondo. Durante la sua predicazione nei pressi di Assisi si unirono a lui molte persone, venendo a formare il primo nucleo della comunità di frati che si riunì intorno a Francesco, tra di essi troviamo Bernardo di Quintavalle, un amico d'infanzia, Pietro Cattani, Filippo Longo di Atri, Angelo Tancredi, frate Egidio, frate Leone, frate Masseo, frate Elia da Cortona e frate Ginepro che lo sostennero ed aiutarono nell’attività di predicazione fuori dai confini umbri. Qui pochi brani del Vangelo di Matteo diedero la guida per la predicazione del Regno dei cieli cui Francesco si sentiva chiamato e chiamò a sua volta i primi compagni, senza recar con sé denaro, borse, né vestiti, né scarpe, né bastone per sorreggersi, entrando nelle case augurando la “pace” (Matteo 10, 7 ss.; 19, 21; Luca 9, 2 ss.). Queste furono le prime indicazioni che andarono a costituire la breve Regula di vita monastica che Francesco espose nel 1209 a papa Innocenzo III, insieme a dodici compagni In esse è facile cogliere la sostanza del programma di Francesco. Il papa concesse la propria approvazione orale per il suo «Ordo fratum minorum», grazie anche all’appoggio del vescovo di Assisi e del Card. Giovanni di San Paolo.

Erano anni in cui l’Italia e l’Europa erano attraversate da movimenti pauperistici a carattere ereticale che contrastavano ciò che la Chiesa era diventata, le sue ricchezze e le sue ipocrisie, ma l’ordine voluto da Francesco nasceva in seno alla Chiesa stessa che si proponeva di riformare dall’interno, con il proprio esempio e la propria abnegazione. In lui, dopo le prime esitazioni, Innocenzo riuscì a cogliere la via per dar voce alle tensioni ed al bisogno di partecipazione dei ceti più umili in seno alla Chiesa e non in suo antagonismo.

Si narra che papa Innocenzo III prese la decisione di approvare il nuovo ordine, impartendo ai frati la tonsura, in seguito ad un sogno in cui vide «la basilica lateranense esser già prossima alla rovina; la quale era sostenuta da un poverello, mettendole sotto il proprio dosso perché non cadesse»[5].

Tornati ad Assisi, i frati presero dimora in un edificio diroccato presso Rivotorto, sulla strada per Foligno poiché vicino all’ospedale dei lebbrosi. Le condizioni malsane del luogo costrinsero la piccola comunità a trasferirsi, l’anno dopo presso la piccola badia abbandonata di Santa Maria degli Angeli, in località Porziuncola loro concessa dall'Abate di San Benedetto del Subasio.

La popolarità di Francesco si diffuse e molti si unirono alla piccola comunità di frati che crebbe sempre più, tanto da manifestare l’esigenza, di impostare la vita comunitaria, di organizzare l'attività di preghiera, di rinsaldare l'unità interna ed esterna, di decidere nuove missioni, nella Pentecoste del 2017, in occasione del primo dei capitoli generali dell'Ordine, che da allora in poi si tennero ogni due anni.

In questo primo capitolo si posero le basi per l’espansione dell’Ordine in tutta Italia, organizzando l’attività di predicazione e di azione in sostegno dei poveri e dei diseredati, decidendo di inviare delle missioni in Spagna, Francia, Germania e in Siria.

 

5. L’incontro con il sultano: Francesco in missione per la pace?

Tale empito missionario non riguardava solamente l’Ordine in sé, ma la missione di predicazione cui lo stesso Francesco si sentiva chiamato, già da ungo tempo. Tra il 1212 e il 1213, dopo essersi recato a Roma, affidando la comunità minoritica a fra Pietro Cattani, aveva raggiunto ad Ancona per dirigersi, ma una tempesta gettò la nave ove si era imbarcato sulle coste dalmate, dalle quali fece ritorno in Assisi. Tra il 1214 e il 1215, cercò di raggiungere l’Africa attraverso il Marocco ma anche questa volta dovette desistere a causa di una grave malattia che lo colse mentre era in Spagna.

L’entusiasmo del futuro santo aveva mosso il cuore dei suoi confratelli che, dopo il Capitolo del 1217, sei frati minori tra i quali Bernardo riuscirono a raggiungere il Marocco dove trovarono però il martirio nel 1220.

Lo stesso Francesco non aveva rinunciato a porre egli stesso le basi per l’evangelizzazione della Terra Santa, tanto da tornare, dopo aver celebrato il secondo Capitolo generale dell’Ordine, ad Ancona dove si imbarcò per l’Egitto, nel 1219. Da due anni era iniziata la quinta crociata al cui seguito si pose Francesco e il suo compagno, frate Illuminato. Durante l’assedio di Damietta, i due frati ottennero dal benedettino Pelagio Galvani cardinale e vescovo di Albano, legato pontificio ivi presente, un salvacondotto, insieme con il permesso di potersi recare presso il campo saraceno per incontrare, disarmati e senza scorta, il sultano al-Malik al-Kāmil, nipote di Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb (noto in occidente come il “Saladino”) per predicare in sua presenza al fine di operarne la conversione e porre fine alla guerra.

L’interpretazione di questo particola episodio della biografia di San Francesco non è semplice né univoca. Di fatto alla biografia si sovrappone l’agiografia, nel nostro caso, sostituendola, tanto da inserire un notevole filtro sulla sa azione e sulle vicende stesse narrate. La veridicità di molta parte della sua biografia è indiscussa per le molte testimonianze parallele (anche se non accolte nell’agiografia) e tuttavia, vi sono degli episodi controversi, primo fra tuti quello dell’incontro con il sultano.

Il rapporto tra Francesco e le crociate e con l’Islam è stato interpretato nei modi più svariati, oscillando dal sostegno all’intervento occidentale alla sua invalidazione.

Di fatto, al di là dei giochi di potere e delle meschinità mondane spesso correlate agli eventi storici che contraddistinsero in vario modo le diverse crociate, lo spirito della chiamata alla crociata si nutriva della medesima volontà di servire la causa cristiana di una vocazione religiosa. L’evangelizzazione dell’Islam e la liberazione dei luoghi santi dagli infedeli, correvano di pari passo nell’immaginario di una umanità quale quella duecentesca occidentale che cercava nuovi orizzonti per il proprio afflato spirituale. Alla prima motivazione, ovvero alla missione di conversione degli infedeli alla verità della Rivelazione cristiana va sicuramente ricondotto l’intervento di Francesco.

Altro discorso va fatto per la ricostruzione dell’episodio. L’episodio dell'incontro con il sultano ayyubide al-Malik al-Kāmil ci è giunto non solo attraverso le biografie francescane ma anche tramite altre testimonianze di poco successive, sia cristiane sia arabe. La versione fornitaci da San Bonaventura parla di maltrattamenti subiti ad opera dei soldati saraceni e la difesa, da parte di Francesco, dell'operato dei crociati parallelamente alla giustificazione della guerra agli islamici infedeli. Nella narrazione offerta da Tommaso da Celano, Francesco avrebbe suscitato una profonda ammirazione nel sultano, che lo trattò con rispetto e offrendogli ricchezze affinché rimanesse reso di lui. Secondo la narrazione agiografica prevalente Francesco subì anche la prova del fuoco, poi raffigurata in numerosi cicli pittorici: il futuro santo l’avrebbe proposta per determinare quale tra la religione islamica e quella cristiana fosse quella autentica. Molti storici nutrono dubbi sul ricorso all’ordalìa da parte di Francesco, in quanto di difficile collocazione rispetto ai gesti usuali ed alla sua personalità, forte ma sempre lontana da qualsiasi forma di violenza, pure in considerazione dell’atmosfera di rispetto che già dalla terza crociata si era instaurata tra i capi crociati e quelli musulmani.

Un’altra questione, molto più spinosa, è rappresentata dalla presenza e dall’azione di Francesco presso il sultano. Molte sono state le ipotesi sollevate. Il sempre più numeroso seguito e la fama del nostro assisiano e la fede incrollabile avrebbe spinto Innocenzo III e la Cura ad inviarlo in Egitto come proprio legato ufficioso per trattare con il sultano. La stessa facilità con ci avrebbero ottenuto il salvacondotto dal legato pontificio e l’ammissione al cospetto del sultano vengono interpretate come dei chiari indizi a favore di tale ipotesi che legge il viaggio di Francesco come una missione diplomatica segreta.

Altri hanno sconfessato come dietrologica questa interpretazione, attribuendo alla personalità carismatica di Francesco sia l’accesso al cospetto del sultano che la salvezza dei due frati dopo di esso.

Di fatto, la missione verso la Terra santa rientrava nell’empito evangelizzatore che andava prendendo sempre più rilievo nell’ordine minoritico e l’incontro con il sultano pure può agevolmente rientrare non solo nell’orizzonte del tentativo di conversione del capo dell’esercito islamico per condurre al cristianesimo il suo stesso popolo, ma soprattutto nell’ottica di trovare una soluzione di pace per risolvere la questione dei luoghi santi. Riconosciuto dal sultano come un “sant’uomo” per il suo intento di porre fine al sanguinoso conflitto in atto. Non dimentichiamo che al-Malik al-Kāmil aveva già proposto un accomodamento pacifico al legato pontificio Pelagio, offrendogli la restituzione di Gerusalemme e della Vera Croce, incontrandone però il rifiuto.

La storicità dell’incontro è indubitabile e lo è altrettanto l’incolumità dei due frati successivamente all’incontro che non deve aver avuto i toni dell’intransigenza da nessuna delle due parti, ma un reciproco rispetto, sicuramente legato anche alla profondità della fede dimostrata da Francesco. Di fatto sappiamo che poco dopo i due frati lasciarono l’Egitto per far ritorno in Italia. Alcune delle testimonianze relative all’incontro con il sultano al-Malik al-Kāmil ci parlano di una richiesta di prolungare la presenza del futuro santo presso la sua corte, anche dietro offerta di ricchi doni per onorarlo. Il fatto che Francesco abbia scelto, nonostante tale invito sintomatico quanto meno di un interesse da parte del sultano e la garanzia offertagli dal salvacondotto pontificio, lascia spazio a varie ipotesi. L’insuccesso della missione di evangelizzazione e conversione può aver reso inutile il prolungare la presenza in Egitto. Gli sviluppi che stava attraversando l’ampliamento della comunità minoritica e le problematiche connesse alla sua guida devono, in qualche modo, essergli giunte. In medietas stat virtus e con buona probabilità possono essere, verosimilmente, entrambe delle concause che hanno spinto Francesco e frate Illuminato a far ritorno in patria, senza che la loro presenza abbia apparentemente mutato nulla della situazione.

L’assedio di Damietta proseguì piegando la città, complice la mancata esondazione del Nilo, sino alla sua conquista, avvenuta nel 1218. Non si risolse però il conflitto se non nel 1221. Il fallimento dell’avanzata delle forze crociate condusse alla conclusione di un accordo pacifico, con la negoziazione di una tregua di otto anni.

 

6. Una guida per l’Ordine

Di fatto, in Italia lo attendeva una situazione complessa da gestire, ovvero il rischio di eterodossia che andava prendendo la direzione del nuovo ordine a causa dell’eterogeneità e dell’ampiezza ora raggiunta dalla comunità francescana.

Nell’autunno del 1220 la Curia guardava con preoccupazione agli sviluppi che andava assumendo il movimento francescano che non aveva ancora delle sedi stabili né, soprattutto, una disciplina che lo potesse inquadrare nell’organizzazione ecclesiale.

I primi seguaci di Francesco provenivano agli ambienti più disparati: laici e religiosi, analfabeti e uomini di grande cultura, asceti e uomini desiderosi di agire nel mondo. Ognuno aveva recepito in maniera diversa la chiamata all’apostolato di Francesco, laddove molto spesso si rendeva difficile distinguere coloro che erano soggiogati dalla sua personalità e quelli votati agli ideali da raggiungere che egli indicava.

Il loro entusiasmo avvicinava le folle cui offriva un’alternativa alla visione distaccata e formale del mondo ecclesiale tradizionale, ma si faceva sempre più pressante l’istanza di un controllo, pena lo snaturamento del messaggio originario.

Tutto ciò spinse Francesco a ritrarsi dalla guida dell’Ordine, preferendo essere il primo a dare l’esempio con l’esercizio della propria missione e affidandone il governo nel 1220 a Pietro Cattani. Alla sua morte, in occasione del successivo Capitolo Generale del giugno 1221, divenne suo vicario frate Elia.

Papa Onorio III approvò la «Regola seconda» della comunità minoritica nel 1223, con la bolla «Solet annuere». Più breve della prima Regula e più concreta essa è il frutto di un accurato e combattuto lavoro di revisione condotta dallo stesso Francesco con il sostegno del cardinale Ugolino d'Ostia (poi papa Gregorio IX), alla luce delle diverse istanze che lo pressavano, sia da parte di molte voci della stessa comunità minoritica, sia da parte della Curia che aspirava alla regolarizzazione ed all’integrazione piena nel corpo ecclesiale del nuovo ordine, stemperando certi toni intransigenti sulla povertà cui chiamava i propri confratelli ma chiedendo loro però una fedeltà assoluta alla Regola stessa ora stabilita definitivamente.

Francesco non voleva che il nuovo Ordine si adeguasse a regole già scritte come quella dei benedettini o quella degli agostiniani, ma volle offrire una Regola che rispecchiasse lo spirito con il quale si era formata la prima comunità dei suoi seguaci, che fosse cioè in grado di soddisfare contemporaneamente le proprie aspirazioni e le istanze della Chiesa.

 

7. La passione e la morte

La notte di Natale del 1223, Francesco volle rievocare la nascita del Cristo con una rappresentazione vivente. L’agiografia ci narra di un bambinello che prese vita tra le braccia dell’uomo durante la Messa. Di sicuro, sappiamo che il modo scelto per rievocare questo evento così straordinario eppure così familiare, venne accolto con tale e tanto favore dalle persone intervenute da dare l’avvio alla tradizione del Presepe.

La preoccupazione per le tensioni che iniziavano ad animare il futuro dell’Ordine e la difficoltà di dirigerlo verso quell’ideale chiamata cui egli stesso si era sentito parte durante la sua travagliata e profonda conversione, aggravarono le condizioni di salute di Francesco che nel 1224 ebbe il dono delle stigmate. L’ardente desiderio di vivere la passione del Cristo e farsi carico delle miserie del mondo per sostenerlo in un afflato di inestinguibile carità trovò manifestazione mentre si era ritirato in preghiera sul Monte della Verna, donatogli dal conte Orlando de' Cattani: su quel corpo già malato e reso debole dalle fatiche e dall’austerità, teso verso Dio nella preghiera, apparvero i segni sanguinanti del martiro di Gesù sulle mani, sui piedi e sul costato.

L’agiografia narra della visione di un Serafino crocifisso, giunta dopo quaranta giorni di digiuno e di preghiera, al termine della quale la condivisione partecipe della passione di Gesù si manifestò anche nel fisico di Francesco. Sembra ch’egli cercasse poi di nascondere tali segni, ma che alla sua morte essi divennero il simbolo della condivisione fisica delle pene di Cristo di cui gli uomini erano chiamati a condividere non solo il trionfo sul peccato e sulle passioni ma anche il dolore delle miserie umane. Questo portò molti a definirlo «alter Christus».

Rientrato a Fonte Colombo e a Greccio, trovò conforto nell’ardente carità che lo sosteneva, adoperandosi per diffonderne il messaggio come poteva, anche attraverso le lodi espresse nel Cantico delle creature che compose tra il 1224 e il 1226, pur maturando l’esigenza di ritirarsi sempre più spesso in preghiera solitaria nei luoghi limitrofi.

Ormai prossimo alla morte, Francesco fece ritorno alla Porziuncola, dove chiamò intorno a sé i suoi compagni, mandando a chiamare anche al sa protettrice romana Giacoma de' Settesoli che era invece, già in viaggio per raggiungerlo. Nel suo testamento, Francesco riversò tutto ciò che non era rientrato nella Regola, ma che ne costituiva il corollario, chiedendo ai frati di rispettarlo insieme a quella, di considerarli come un unico testo da interpretare per proseguire il loro cammino, una volta che egli fosse tornato a Dio. La morte lo raggiunse la sera del 3 ottobre 1226 e il 16 luglio 1228 venne canonizzato.

Don Pino Esposito

 

[1]  Tommaso da Celano, Vita prima di San Francesco d'Assisi, parte I, cap. III, pp. 328.

[2] Ivi, pp. 586-587.

[3] Tommaso da Celano, Vita secunda, cit., FF, p. 593.

[4] Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maggiore, II, 4, in Fonti francscane. Editio minor.Scritti e biografie di San Francesco d’Assisi, Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano. Scritti e biografie di Santa Chiara d’Assisi, Assisi, Editrici francescane, 1986, pp. 527-528.

[5] Legenda Maior, III, 10.

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Fri, 10 Nov 2017 17:43:41 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/707/1/san-francesco-d-assisi-e-la-sua-diplomazia-evangelica donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Cristo in Croce (sec. XVIII): restauro estetico - conservativo http://www.donpinoesposito.it/mc/706/1/cristo-in-croce-sec-xviii-restauro-estetico---conservativo-

RELAZIONE STORICO-ARTISTICA-DESCRITTIVA

La scultura lignea dipinta, oggetto del presente lavoro, raffigura Cristo in Croce,  opera appartenente alla Chiesa Parrocchiale della SS. Trinità nel Comune di San Donato di Ninea (CS); riconducibile, per fattura stilistico-compositiva, alla prima metà del sec. XVIII; ed aventi dim.: H.170cm x L.160cm x P.25cm (media);  La Crocifissione rappresenta il simbolo per antonomasia della religione cristiana: essa occupa un posto centrale nella produzione dell'arte sacra. L'analisi dell'iconografia della Crocifissione mostra la varietà di sistemi di senso attribuiti alla sofferenza ed alla morte di Cristo ed alla promessa di salvezza per gli uomini.  Il materiale iconografico che ha per oggetto la Crocifissione va dalle prime incerte incisioni del segno della Croce che troviamo nelle catacombe, alle espressioni più alte della raffigurazioni della Crocifissione di Gesù che troviamo nell'arte sacra di tutti i secoli; spazia dalle opere di alto pregio destinate a ricchi e raffinati committenti, alle manifestazioni ingenue di espressività popolare che troviamo nelle cappelle votive, nelle feste religiose che celebrano la Passione di Cristo, ed altro ancora.  Pur restando fisse, dal medioevo in poi, le connotazioni figurative essenziali del Crocifisso (le braccia stirate a forza sulla croce, le gambe che si incrociano sui due piedi trafitti da un solo chiodo, il capo reclinato e sofferente, coronato da spine), le interpretazioni stilistiche che ne vengono date differiscono a seconda della tecnica di esecuzione adottata, delle invenzioni artistiche e delle espressioni di devozione legate a specifici territori.  Da alcuni elementi, quali i lineamenti del viso e del corpo, nonché l'annodatura del perizoma posta sulla sua sx, risultano essere caratteristiche tipiche della scultura settecentesca, opera di intagliatori meridionali.  Cristo crocifisso, è  raffigurato con la testa piegata a dx, corona di spine soprastante e capelli sciolti che pendono sul davanti solo sul lato dx. Le sue nudità, sono coperte da un panneggio annodata a sx, da cui si intravedono delle tracce, di colore, poste in senso verticale, tipiche dei panneggi ebraici. Inoltre, con il film pittorico, l'artista, mette in risalto delle tumefazioni sul torace, sul basso ventre, sotto le ascelle, sulle ginocchia e sui piedi; ed ancora, da notare, la ferita a dx del costato, con la raffigurazione della fuoriuscita del sangue, a voler ricordare, il segno lasciato dalla lancia conficcata nel costato stesso ...

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Fri, 10 Nov 2017 17:25:01 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/706/1/cristo-in-croce-sec-xviii-restauro-estetico---conservativo- donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 5 Novembre http://www.donpinoesposito.it/mc/705/1/domenica-5-novembre

La parola di Dio odierna richiama e approfondisce in ogni sua lettura il tema della paternità di Dio che non deve essere usurpata da nessuno. Se la si usurpa, tutta la nostra vita ne viene intaccata nelle relazioni fondamentali che la caratterizzano: con Dio, con sé stessi e con gli altri. “Non abbiamo forse tutti noi un solo padre?..” si domanda il profeta Malachia e prosegue: “…Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro?”.

Al quadro fosco del profeta, si contrappone l’atteggiamento materno di S. Paolo che manifesta tutta la sua premura verso i Tessalonicesi offrendo gratuitamente il dono del vangelo: “Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli”. La lieta notizia del vangelo non appartiene a chi l’annuncia né a chi la riceve ma è dono del Padre.

Gesù nel vangelo di Matteo sintetizza tutto questo proponendo la nuova grammatica del cristiano. Il vero discepolo non è maestro ma fratello; non si fa chiamare e non chiama nessuno padre perché è e rimane sempre figlio; non è guida ma felice di essere servo, discepolo dell’unico maestro che si è fatto uomo per amore. Facciamo nostra in questa domenica la stupenda preghiera del salmo 130 che esprime la fiducia e il pieno abbandono nelle mani del Padre dell’autentico discepolo: “Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me. Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato e in me l’anima mia. Israele attenda il Signore, da ora e per sempre”.

Dal Vangelo secondo Matteo (23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.

Tutte le loro opere le fanno per essere ammirate dalla gente: allargano i loro filatteri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.

Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo, chi invece si esalterà sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato”.

Don Pino Esposito

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Sat, 4 Nov 2017 22:20:27 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/705/1/domenica-5-novembre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Commemorazione dei defunti http://www.donpinoesposito.it/mc/704/1/commemorazione-dei-defunti

La morte resta per l’uomo un mistero profondo. Un mistero che anche i non credenti circondano di rispetto. Essere cristiani cambia qualcosa nel modo di considerare la morte e di affrontarla?

Qual è l’atteggiamento del cristiano di fronte alla domanda, che la morte pone continuamente, sul senso ultimo dell’esistenza umana? La risposta si trova nella profondità della nostra fede. La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo: è un calice amaro da bere fino in fondo perché frutto del peccato; ma è pure volontà amorosa del Padre, che ci aspetta al di là della soglia a braccia aperte: una morte che è essenzialmente vita, gloria, risurrezione. La morte del cristiano non è un momento al termine del suo cammino terreno, un punto avulso dal resto della vita.

La vita terrena è preparazione a quella celeste, è un periodo di formazione, di lotte, di prime scelte. Con la morte l’uomo si trova di fronte a tutto ciò che costituisce l’oggetto delle sue aspirazioni più profonde: si troverà di fronte a Cristo e sarà la scelta definitiva, costruita con tutte le scelte parziali di questa vita. E’ questo il messaggio contenuto nelle letture bibliche delle tre messe che sono state concesse di celebrare in questo giorno.

Cristo ci attende con le braccia aperte: l’uomo che sceglie di porsi contro Cristo, sarà tormentato in eterno dal ricordo di quello stesso amore che ha rifiutato. L’uomo che si decide per Cristo troverà in quell’amore la gioia piena e definitiva. Possiamo fare qualcosa per chi ci ha lasciato? La preghiera per i defunti è una tradizione della Chiesa.

In ogni persona infatti, anche se morta in stato di grazia, può sussistere tanta imperfezione, tanto da purificare dell’antico egoismo! Tutto questo avviene nella morte. Morire significa morire al male. E’ il battesimo di morte con Cristo, nel quale trova compimento il battesimo d’acqua. Questa morte vista dall’altro lato può essere una purificazione, il definitivo e totale ritorno alla luce di Dio. 

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,37-40)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Don Pino Esposito

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Thu, 2 Nov 2017 16:30:28 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/704/1/commemorazione-dei-defunti donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Tutti i santi http://www.donpinoesposito.it/mc/703/1/tutti-i-santi

Da principio la Bibbia riservò al Signore Dio il titolo di “Santo”, parola che aveva allora un significato molto vicino a quello di “sacro”: Dio è l’”Altro”, il trascendente. Davanti alla sua santità l’uomo non può provare che rispetto e timore. Ma Dio voleva comunicare la sua santità al polo eletto, il quale diviene esso pure “altro”, manifestando nella sua vita quotidiana, e soprattutto nel suo culto, un comportamento diverso da quello di altri popoli.

Ma per attuare questa santità alla quale Dio lo chiamava, il popolo eletto non aveva altro che mezzi legali e pratiche di purificazione esteriore. I profeti, illuminati da Lui, presero ben presto coscienza della insufficienza di tali mezzi, e cercarono la “purezza di cuore” capace di farli partecipi della vita di Dio. Essi posero la loro speranza in una santità che sarebbe stata comunicata direttamente da Dio.

Questo anelito si realizza nel Cristo; egli irradia la santità di Dio; su di lui riposa “lo Spirito di santità”; egli rivendica il titolo di “santo”. Viene infatti a santificare tutta l’umanità. Gesù Cristo, divenuto “Signore”, trasmette la sua santità alla Chiesa per mezzo dei sacramenti che portano all’uomo la vita di Dio. Questa dottrina era così viva nei primi secoli, che i membri della Chiesa non esitarono a chiamarsi “i santi” e la Chiesa stessa era chiamata “comunione dei santi”.

Questa espressione che troviamo ancora nel Credo, trae la sua origine dall’assemblea eucaristica, durante la quale “i santi” partecipano alle “cose sante”. La santità cristiana appare, dunque, come una partecipazione alla vita di Dio, che si attua con i mezzi che la Chiesa ci offre, in particolare con i sacramenti. La santità non è il frutto dello sforzo umano che tenda di raggiungere Dio con le sue forte; essa è dono dell’amore di Dio e risposta dell’uomo a l’iniziativa divina.

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quanto vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

Don Pino Esposito

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Wed, 1 Nov 2017 08:45:39 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/703/1/tutti-i-santi donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 29 ottobre http://www.donpinoesposito.it/mc/702/1/domenica-29-ottobre

La setta dei farisei risulta sempre molto interessata a Gesù, nei confronti del quale provano, tuttavia, un certo sconcerto: essi, infatti, sovente sono colti nell’atto di spiarlo e di interrogarlo. Ancora una volta si riuniscono per tentare di trarre in errore Gesù.

Questa volta è un rabbì, un esperto della legge, che gli fa la domanda per vedere come egli sia capace di sintetizzare tutta la Legge. La domanda è senza introduzione, diretta e solenne, diremmo capitale; dalla risposta dipende e sta in piedi tutto il sistema della legge: “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”. Domanda cruciale tra i maestri della Legge.

In tutto il Nuovo Testamento, Gesù prende posizione nei confronti della Legge e soprattutto riguardo al formalismo esasperato che priva il comandamento della sua anima. Attraverso il comportamento degli uomini del suo tempo, Gesù denuncia quanto può essere illusoria e pericolosa l’obbedienza ai comandamenti, qualora induca un senso errato di giustizia, di perfezione e quindi di autosufficienza nei confronti di Dio.

Guarda come sono bravo, con la mia obbedienza alla legge, ti libero dalla preoccupazione di salvarmi perché mi salvo da solo”: così si può tradurre l’atteggiamento del fariseo al tempio. (Lc 18,10ss).

Non è certo l’osservanza che salva l’uomo: questo può farlo solo Dio. La legge è fondamentalmente buona, è dono di Dio e Gesù non è venuto per annullarla, ma per portarla a compimento. E il compimento della Legge è l’amore (Mt 5,17; Rm 13,10).

I Padri della Chiesa, con efficaci espressioni, aiutano a metterci sulla giusta carreggiata: “ama e fa ciò che vuoi” esorta Sant’Agostino; “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” ricorda San Giovanni della Croce. La strada è tracciata, non ci resta che percorrerla!"

Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”.

Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”. 

Don Pino Esposito

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Sun, 29 Oct 2017 11:02:40 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/702/1/domenica-29-ottobre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 22 Ottobre http://www.donpinoesposito.it/mc/701/1/domenica-22-ottobre

Alcuni rappresentanti della religione ebraica tradizionale interrogano Gesù: nel contesto di denominazione romana in cui si trova il popolo ebraico, si deve pagare il tributo a Cesare? Dietro il carattere pratico della domanda, si nascondono questioni ideologiche e spirituali, come mostra la risposta di Gesù, che relativizza la legittimità di Cesare rispetto a quella di Dio e, più globalmente, rinvia l’individuo al suo libero arbitrio. Con le sue parole Gesù modifica il rapporto della sfera religiosa con il denaro e con il potere. Da abile maestro, Egli allarga il dibattito invitando i suoi interlocutori a contribuire alla risposta prevista e prevedibile: li impegna, così, ad assumere la propria responsabilità: “Mostratemi la moneta del tributo, ed essi gli presentarono un denaro”. Gesù quindi si fa dare una moneta del tributo e domanda agli avversari di chi sia l’immagine e l’iscrizione: “di Cesare”, gli rispondono.

La moneta dimostra che il dominio di colui di cui porta coniata l’immagine, vale nel Paese e, nella sua risposta, Gesù si riallaccia a questo fatto incontestabile. Ciò che, come gli avversari stessi avevano dovuto ammettere, appartiene a Cesare, deve essergli ridato. Gesù evidentemente non vede in ciò nessun problema: la cosa più importante – la possibilità di dare a Dio ciò che gli spetta – resta sempre valida anche sotto la dominazione straniera.

Gesù aveva insegnato continuamente – e tutto il Vangelo ne parla – che si deve cercare anzitutto Dio e il suo regno. Di fronte a questo, tutti gli altri problemi diventano secondari: quello del nutrimento e del vestito, quello della giustizia terrena (Mt 5,39-42) e anche quello della legittimità del tributo a Cesare. Gesù non vuole fondare due ordini contrapposti (Stato e Chiesa), e nemmeno vuole fomentare un atteggiamento devoto di fronte all’imperatore: mette semplicemente ognuno al proprio posto. 

Dal Vangelo secondo Matteo (22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.

Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, dì a noi il tuo parere: è lecito o no, pagare il tributo a Cesare?”.

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”.

Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”.

Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. 

Don Pino Esposito

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Sun, 22 Oct 2017 08:45:08 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/701/1/domenica-22-ottobre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Il cristiano nella vita pubblica http://www.donpinoesposito.it/mc/700/1/il-cristiano-nella-vita-pubblica

Rubirca: Don Pino Esposito - Charitas

La Chiesa, in quanto tale, non ha come missione di dare soluzioni concrete alle realtà temporali. Tocca ai cristiani, che si trovano nel cuore della società, con pieni diritti e doveri, trovare la soluzione dei problemi temporali, costruire un mondo sempre più umano e più cristiano, cercare di essere cittadini esemplari che esigono i loro diritti e sanno adempiere i loro doveri verso la società.

In molte occasioni il comportamento dei cristiani nella vita pubblica non può limitarsi al mero compimento delle norme legali. La differenza fra ordine legale e criteri morali della propria condotta obbliga, a volte, ad adottare comportamenti più esigenti o diversi dai criteri strettamente giuridici: situazioni lavorative fuorilegge, qualità della dedizione del medico ai malati che richiedono tempo oltre l’orario stabilito, etc.

L’uomo è uno, con un solo cuore ed una sola anima, con virtù e difetti che influenzano tutto il suo agire. Il Cristiano, sia nella vita pubblica che nella vita privata deve ispirarsi alla dottrina ed all’esempio di Gesù Cristo che ha il potere di rendere il suo agire più umano e nobile.

Il Cristiano compie le proprie scelte politiche, sociali e professionali partendo dalle sue convinzioni.

Non si può avere però una doppia vita. Non vi è opposizione fra l’essere un buon cattolico ed il servire fedelmente la società civile.

L’amore per Dio ci porta ad assolvere con fedeltà i nostri doveri di cittadini: pagare le giuste tasse, votare secondo coscienza, mirare al bene comune etc.

Dobbiamo sempre essere generosi e forti quando si tratta di contribuire alla dissoluzione delle ingiustizie e delle discriminazioni sociali ed economiche, quando partecipiamo all’impegno positivo di incremento e di giusta distribuzione dei beni.

Sforziamoci affinchè non manchi mai la scoperta dell’onestà cristiana nella vita pubblica…

Don Pino Esposito

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Fri, 20 Oct 2017 18:54:20 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/700/1/il-cristiano-nella-vita-pubblica donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 15 Ottobre http://www.donpinoesposito.it/mc/699/1/domenica-15-ottobre

La parabola della festa di nozze rappresenta, nel quadro della storia della salvezza, l’elezione di Israele e il suo rifiuto, la rovina di Gerusalemme, avvenuta nel 70, e l’apertura definitiva della Chiesa ai pagani. Il Vangelo di Matteo incorpora in questo testo una seconda parabola, quella del vestito di nozze che costituisce per noi un motivo di profonda riflessione.

Tutto quanto vi è in noi, infatti, viene invitato a partecipare alla festa suscitata dal Padre. Colore che si aggirano per le strade sono i poveri e il povero che è in noi è più aperto a Dio rispetto a quella parte della nostra persona che sperimenta il successo e l’autosufficienza ottenute grazie alle proprie capacità. I servitori devono girare per tutto il regno e andare fino alle estremità delle strade. Tutti gli spazi della nostra anima, l’intera storia della nostra vita, anche le zone marginali del nostro inconscio, tutto in noi è invitato a divenire una cosa sola con Dio. Nulla viene escluso, nemmeno il male. Questo è il messaggio confortante di questa pagina evangelica: l’unica condizione che Dio ci pone è che ci rapportiamo al suo invito con attenzione e ci mettiamo in relazione con lui nell’autenticità del nostro essere più profondo. L’abito può significare l’essere nudi davanti a Dio, quella stessa nudità che Cristo sulla croce non ci ha nascosto, insieme alle ferite che il nostro peccato ha inferto al suo Corpo.

Significa accettare e trattare con cura tutto quello che siamo e che abbiamo, al di là di ogni fragilità e scissione, guardandolo con lo stesso sguardo amorevole del Padre che ci rende, così, partecipi delle nozze. Allora tutto in noi può farsi una cosa sola con Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

[In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole (ai capi dei sacerdoti e ai farisei) e disse: “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”.

Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali].

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; la sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”. 

Don Pino Esposito

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Sun, 15 Oct 2017 07:54:35 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/699/1/domenica-15-ottobre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 8 Ottobre http://www.donpinoesposito.it/mc/698/1/domenica-8-ottobre

La vigna, nella Sacra Scrittura, costituisce il simbolo immediato e trasparente d’Israele e della sua storia. Questa storia con la sua trama di male e di bene, di fede e di infedeltà è puntualizzata nelle due scene parallele del “canto della vigna” – nella prima lettura – e della parabola dei vignaioli omicidi nel vangelo. La “delusione” di Dio è limpidamente espressa da Isaia con le parole: “Il Signore si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue; attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. L’ingiustizia è la risposta negativa che l’uomo oppone alla speranza e alla fiducia che Dio ripone in lui.

Questa “delusione” divina cresce nella parabola evangelica dato che il rifiuto umano è totale e giunge sino all’eliminazione del Figlio. Ma la speranza di Dio non muore mai. Infatti la vigna – regno – è consegnata a un nuovo popolo: esiste, infatti, sempre nella storia della salvezza un piccolo gregge, un resto fedele che non delude la speranza che Dio nutre nei confronti dell’uomo. La salvezza è l’accettazione del Figlio, “pietra angolare” sulla quale “ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore”. A conclusione della sua lettera ai Filippesi S.Paolo pone una serie di consigli: la preghiera genera serenità e gioia anche in mezzo alle “angustie” perché porta con se la pace messianica che supera ogni attesa e fa impallidire i tentativi di pacificazione che il mondo si illude di offrire.

Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio?”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna che cosa farà a quei contadini?.

Gli risposero: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo”. E Gesù disse loro: “Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”. Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”.

Don Pino Esposito

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Sun, 8 Oct 2017 08:58:41 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/698/1/domenica-8-ottobre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Vivere la carità in ogni occasione http://www.donpinoesposito.it/mc/697/1/vivere-la-carita-in-ogni-occasione

Vivere la carità in ogni occasione significa avere comprensione per coloro che sono nell'errore e fermezza di fronte alla verità e al bene.

Gesù ci dice: “Avete inteso che fu detto “occhio per occhio e dente per dente” ma io vi dico che a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello”.

Certamente nelle relazioni sociali non possiamo essere ingenui e dobbiamo vivere la giustizia, anche per far rispettare i propri diritti. Dobbiamo assomigliare a Cristo che, con la sua morte in croce, ci ha dato un esempio di amore che supera qualsiasi misura umana.

Nulla vi è nell’uomo di così divino come la mansuetudine e la pazienza per operare il bene.

Vive veramente soltanto chi vive per gli altri. Chi invece vive solo per sé, disprezza e non si cura degli altri, è un essere che vive nel suo cupo egoismo.

I molti richiami del Signore a vivere in ogni momento la carità devono spronarci a seguirlo da vicino con fatti concreti, cercando l’occasione di essere utili, di procurare gioia a chi ci sta vicino, consapevoli che mai progrediremo abbastanza in questa virtù.

E’ nelle cose semplici che si concretizza: un sorriso, una parola di incoraggiamento, un gesto amabile.

Giudizi affrettati, critica facile e negativa, scarsa attenzione per le persone a noi vicine non contribuiscono all’obiettivo che ci renderà felici.

La norma del cristiano non è “occhio per occhio, dente per dente”, ma è quella di fare costantemente il bene, anche se talvolta, qui in terra non ne ricaviamo alcun profitto umano. Ma è il nostro cuore che ne uscirà arricchito.

La carità ci porta ad essere comprensivi, a sapersi scusare, a saper convivere con tutti, e quindi l’amore ed il rispetto devono estendersi anche a coloro che pensano ed operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e religiose.

Vivere la carità anche verso coloro che ci hanno diffamato, usurpato il nostro onore e reputazione. Così come Gesù sulla croce ...

Don Pino Esposito

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Wed, 4 Oct 2017 22:51:23 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/697/1/vivere-la-carita-in-ogni-occasione donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 1 Ottobre http://www.donpinoesposito.it/mc/696/1/domenica-1-ottobre

Il Vangelo di questa domenica ci invita a spezzare i luoghi comuni nel giudicare gli altri. Il valore autentico e nascosto di ogni persone è noto solo a Dio che scruta il nostro cuore custodendone i segreti più profondi. Il profeta Ezechiele, nel capitolo XVIII dedicato al tema della responsabilità individuale, dichiara che il destino del giusto non è automaticamente assicurato dalla sua condotta passata, ma dalla fedeltà e dalla costanza nel bene sino alla fine. Allo stesso modo, la vita dell’empio non è definitivamente siglata se non al momento della morte: la decisione della conversione può, infatti, spezzare la catena del male e aprire una nuova storia di vita e di speranza. L’obbedienza a Dio, nella completa donazione di sé, è il modello che Paolo presenta ai cristiani di Filippi ponendo il suo sguardo nel Cristo crocifisso. A questa sottomissione è contrapposta la falsa e ipocrita obbedienza del figlio solo apparentemente ossequiente che, in realtà, vive una profonda e acerba ribellione al padre; una ribellione presente nel cuore di ogni uomo, che trova il suo superamento nell’apertura alla Grazia capace di muovere il cuore verso la più generosa e fattiva conversione. Le situazioni possono essere ribaltate ed è questa la grande forza della libertà umana e della grazia divina.

Dal Vangelo secondo Matteo (21, 28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi và a lavorare nella vigna”.

Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò.

Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Si, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”.

Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.

Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”.

Don Pino Esposito

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Sun, 1 Oct 2017 07:21:49 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/696/1/domenica-1-ottobre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Festa dei santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. http://www.donpinoesposito.it/mc/695/1/festa-dei-santi-arcangeli-michele-gabriele-e-raffaele

San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; contro le malvagità e le insidie del diavolo sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, principe delle milizie celesti, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime​

Don Pino Esposito

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Fri, 29 Sep 2017 10:07:16 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/695/1/festa-dei-santi-arcangeli-michele-gabriele-e-raffaele donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 24 settembre http://www.donpinoesposito.it/mc/694/1/domenica-24-settembre

Il brano matteano che la liturgia di questa domenica offre alla nostra meditazione ha per protagonisti i lavoratori di una vigna e l’insolita strategia di assunzione del padrone di quest’ultima. E’ opportuno, infatti, mettere in evidenza un aspetto fondamentale di questa parabola: Dio nella sua libertà e bontà può scavalcare le misure della giustizia distributiva, rivendicando una logica che supera ogni aspettativa umana. In questa pericope si sottolinea la libertà del Padre – “Non posso fare delle mie cose quello che voglio?” – e al tempo stesso la sua bontà – “Oppure sei invidioso perché io sono buono?”. La giustizia è una caratteristica di Dio tanto quanto lo sono l’amore e la misericordia: Isaia, nella prima lettura, c’è lo ricorda esprimendo in maniera radicale la grandezza dei pensieri del Signore al di sopra della rappresentazione umana della giustizia e della correttezza: le vie del Signore sovrastano la sensibilità umana come il cielo sovrasta la terra.

Il pensare e l’agire di Dio vengono connotati con i termini della pietà e del perdono che, naturalmente, contengono in sé l’esigenza della conversione, nella seconda lettura S. Paolo offre una straordinaria conferma di tutto questo: dove si può rintracciare la migliore imitazione della bontà di Dio? Mentre gli uomini, infatti, si augurano una lunga vita, Paolo desidera morire per essere con Cristo. Ma non è sua questa scelta: egli lascia che sia Dio a scegliere per lui la cosa migliore, la realizzazione del volere di Dio, i cui piani sovrastano anche i desideri e le aspirazioni dell’Apostolo. Come il cielo sovrasta la terra, così pure i pensieri del proprietario della vigna sovrastano quelli dei lavoratori, sia di quelli che hanno lavorato a lungo, sia di quelli che hanno lavorato per poche ore. 

Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”.

Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.

Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i prime, ultimi”.

Don Pino Esposito

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Sun, 24 Sep 2017 17:02:52 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/694/1/domenica-24-settembre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Padre Pio http://www.donpinoesposito.it/mc/693/1/padre-pio

Scrive Marco Impagliazzo:

“Attorno all’itinerario umano e spirituale di Padre Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, si è realizzata una delle più popolari e coinvolgenti esperienze di devozione religiosa dell’Italia del Novecento. Per un cinquantennio, dal 1918 al 1968, senza mai spostarsi dal convento di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo, Padre Pio ha attratto generazioni di italiani e stranieri, che si recavano nel Gargano per incontrare colui che amava definirsi “un povero frate che prega”, convinto che “la preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave per aprire il cuore di Dio”.

Quanti hanno visitato il piccolo centro pugliese si sono imbattuti in un prete cappuccino dall’esistenza segnata dalla semplicità, e per certi versi dalla ripetizione. Preghiera, celebrazione della messa, confessione e ascolto dei pellegrini hanno infatti costituito la quotidianità del santo per cinquant’anni. Alla semplicità della sua vita, tuttavia, si sono accompagnati doni spirituali ed esperienze mistiche, tutte di carattere soprannaturale.

Francesco nacque in una famiglia di contadini meridionali, proprietari di un appezzamento di terra di poco meno di un ettaro distante un’ora di cammino dal paese di Pietrelcina. Grazio e Maria Giuseppina De Nunzio misero al mondo otto figli. Francesco, nato il 25 maggio 1887, fu il quarto, ma i due fratelli prima di lui morirono in tenera età, e così pure Mario, l’ultimo. Nonostante non fossero poveri, i Forgione non poterono garantire ai propri figli le cure necessarie, né farli studiare. La vita a Pietrelcina era scandita dai ritmi della terra, della famiglia, della religione. Si viveva una religiosità semplice e assidua. La vocazione di Francesco si sviluppò con naturalezza, senza essere legata a eventi straordinari. Di carattere mite e obbediente, il bambino amava frequentare la chiesa e le celebrazioni. Usava soprattutto trattenersi nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, nella cappella di Sant’Anna, dove sono custodite le reliquie di Pio I, Papa dal 140 al 155. La frequentazione e la simpatia per un giovane cappuccino che si recava spesso a Pietrelcina, insieme alla devozione francescana della madre, fecero nascere in Francesco il desiderio di “farsi frate”, e di imitare “quel prete con la barba”. La famiglia prese sul serio tale volontà, e investì i pochi averi nell’istruzione del ragazzo, che venne affidata a un prete del paese.

Il 6 gennaio 1903 entrò nel convento di Morcone. Dopo il noviziato venne trasferito nel convento di Sant’Elia a Pianisi, in provincia di Campobasso. La professione solenne è del gennaio 1907, l’ordinazione del 10 agosto 1910. L’inizio della vita comunitaria e conventuale venne però rinviato a causa delle precarie condizioni di salute del giovane sacerdote, momentaneamente destinato dai superiori a Pietrelcina. Lì Padre Pio trascorse sei anni, prima di essere inviato a Foggia e quindi a San Giovanni Rotondo.

Gli anni della giovinezza, dello studio, del noviziato e della preparazione non furono assolutamente facili per frate Pio, tutti segnati dai problemi di salute e dal moltiplicarsi dei segni. Sogni e visioni, complessi e ricchi di simbolismi, anticiparono quello che gli sarebbe occorso lungo tutta la vita. Tali esperienze sono note grazie alla corposa corrispondenza scambiata dal frate con il suo direttore spirituale e con il confessore. Centinaia di lettere, tutte pubblicate, scritte prima della proibizione di intrattenere rapporti epistolari che lo avrebbe raggiunto nel 1922. In questa corrispondenza intima Pio racconta il suo combattimento con il diavolo, “Barbablu”, affrontato, talvolta, anche fisicamente. Incoraggiamenti gli vennero da apparizioni di Gesù e di sua madre. Ma il giovane Pio non amava esternare tali manifestazioni, né vantarsene. Un senso di timore e di inadeguatezza per l’avventura spirituale di cui era protagonista lo avrebbe accompagnato sempre. E’ dunque soltanto attraverso la corrispondenza e le testimonianze indirette che è possibile conoscere questi aspetti del suo itinerario spirituale.

La sofferenza maggiore era causata dalla malattia. Padre Pio era affetto da una forma di tubercolosi polmonare che, in maniera alquanto misteriosa, si manifestava con particolare virulenza, durante i primi anni di sacerdozio, ogni volta che tentava di stabilirsi in un convento cappuccino. Di volta in volta i superiori gli consigliavano il ritorno a Pietrelcina. Nel paese natale, il suo servizio era doppio: la celebrazione della liturgia, e la direzione spirituale di alcuni fedeli, segnalati dagli stessi superiori e con i quali corrispondeva a distanza. Iniziarono così alcuni rapporti significativi, come quello con Raffaellina Cerase. Era tuttavia la celebrazione eucaristica il cuore della vita del religioso.

E’ a partire dalla messa che si può comprendere il centro della spiritualità di Padre pio. Egli, nella celebrazione, si immedesimava totalmente nel sacrificio eucaristico. Il mistero della Passione lo attraeva profondamento e il suo desiderio profondo era partecipare il più pienamente possibile all’esperienza di sofferenza e di amore di Cristo.

Sempre più nell’immedesimarsi, provava una viva commozione e condivideva il patimento fisico del suo Signore. Le celebrazioni di Padre Pio, che avrebbero attratto quotidianamente migliaia di persone a San Giovanni Rotondo, erano dunque estremamente lunghe, e caratterizzate da soste di preghiera, di adorazione, di estasi. “Tutto ciò che Gesù ha sofferto nella sua Passione” scrisse il Padre in una lettera “in modo inadeguato lo soffro anche io, per quanto ciò sia possibile a una creatura umana. E questo nonostante i miei pochi meriti e solo per sua bontà”. Il mistero di immedesimazione nel Crocefisso si era infatti compiuto il 20 settembre 1918, sette secoli dopo la stimmatizzazione di Francesco di Assisi. Nel frattempo, Padre Pio era stato inviato a San Giovanni Rotondo.

Le stimmate avrebbero procurato al religioso fama, seguito, dolore, e infine polemiche. Importa sottolineare che tutto questo non fu da lui voluto. Anzi, Padre Pio tentò inizialmente di nascondere l’evento, e in seguito non lo ostentò mai. La formazione delle stimmate non poté tuttavia essere tenuta segreta, e la notizia si propagò rapidamente attirando nel paesino garganico, all’epoca davvero piccolo e difficilmente raggiungibile, folle di fedeli e di curiosi. Le cinque ferite, alle mani, ai piedi e al costato, furono osservate e analizzate da non pochi medici e studiosi, specie agli inizi del fenomeno. I pareri di coloro che videro in queste lacerazioni, mai infettatesi nonostante la mancanza di medicazione, e mai cicatrizzate fino alla morte, un fatto di natura psicosomatica, spiegabile con la presenza di una nevrosi, di una suggestione, sono stati smentiti dall’evidenza. Come è noto, il più autorevole parere scettico sulle ferite del cappuccino fu quello di padre Agostino Gemelli. Egli mantenne sempre un atteggiamento di diffidenza nei confronti del frate, pur non avendo mai analizzato da vicino le stimmate.

Il suo parere influenzò il giudizio di Papa XI, dopo che Benedetto XV aveva a più riprese mostrato fiducia nei confronti del frate di Pietrelcina. Il parere di Gemelli andò a suffragare le accuse di un gruppo di detrattori, guidati dal Vescovo di Manfredonia Gagliardi. Proprio tali accuse spinsero la Santa Sede a pronunciarsi. A partire dal 1922 il Sant’Uffizio impose misure restrittive nei confronti del cappuccino, e dichiarò che non vi era alcuna certezza che i segni manifestati fossero di origine soprannaturale.

Padre Pio dovette cambiare direttore spirituale, gli fu impedito di scrivere lettere, e gli venne proibito mostrare le stimmate o parlarne. In seguito, dovette limitare le celebrazioni eucaristiche, in forma sempre più privata, a trenta minuti. Le tensioni durarono fino al 1933. Le decisioni dell’autorità provocarono reazioni di rifiuto tra la popolazione. I provvedimenti che lo colpirono gli provocarono dolore, ma mai una reazione ostile. Lungo tutta la vita - fatto che avrà un peso nel rapido svolgersi del processo di canonizzazione – accettò con piena obbedienza tutte le misure, spesso contraddittorie, impostegli dai superiori. Lo stesso sarebbe accaduto tra il 1960 e il 1964, quando analoghi provvedimenti sarebbero stati presi sulla base di sospetti relativi alla gestione dell’ospedale da lui fondato, e al grande numero di fedeli donne che lo cercavano. Per un periodo si susseguirono le visite apostoliche. I periodi di maggiore libertà furono legati ai pontificati di Pio XII, dal 1939 al 1958, e di Paolo VI, a partire dal 1963.

La sua personalità, del resto, non lasciava indifferenti. Il dono che più colpiva era quello dell’introspezione. Innumerevoli sono le testimonianze di quanti, recatisi a San Giovanni Rotondo per curiosità o con atteggiamenti diffidenti, hanno vissuto un’esperienza di conversione, basata sul pentimento e la confessione. Molti si sono sentiti raccontare da Padre Pio, pur provenendo da zone lontane e senza conoscerlo, le esperienze più personali della loro vita, e hanno iniziato un itinerario di pentimento. I fedeli erano impressionati dal potere di guarigione di Padre Pio. Anche qui, gli episodi sono numerosi. Vale la pena raccontarne uno. L’intercessione di Padre Pio fu invocata per un bambino francese di sei anni, colpito da meningite celebro-spinale, allo stadio terminale. La situazione fu portata a conoscenza di Padre Pio con un telegramma alle 13:30 del 29 gennaio 1957. La febbre lasciò il bambino alle 16:00. Quando il giorno dopo fu mostrata al piccolo l’immagine del cappuccino, egli disse di conoscerlo bene, essendo stato visitato da lui quello stesso giorno. E’ questo uno dei tanti episodi di “bilocazione”. Tra quanti hanno affermato di aver incontrato Padre Pio, che raramente è uscito dal convento dove risiedeva, vi è Don Luigi Orione, che riferì un colloquio con il santo avvenuto a Roma in San Pietro.

Padre Pio aveva chiara la sua missione: partecipare della sofferenza del Crocifisso, e alleviare il dolore dei suoi contemporanei, riavvicinandoli a Dio. Perciò volle la realizzazione a San Giovanni Rotondo di una struttura ospedaliera di eccellenza, da costruirsi senza lesinare risorse, in grado di curare gratuitamente i più poveri. La Casa Sollievo della Sofferenza fu inaugurata il 5 maggio 1956. Ancora oggi è un polo ospedaliero d’avanguardia. In tutti i continenti, sorsero spontaneamente migliaia di gruppi di preghiera ispirati dal prete cappuccino che non li controllò direttamente, ma che furono favoriti da molti vescovi.

Padre Pio si spense nella notte del 23 settembre 1968, a 81 anni. Dopo il funerale, che vide una immensa partecipazione di popolo, fu annunciato che le stimmate erano scomparse in punto di morte, lasciando le parti completamente sane. Fino a pochi giorni prima della morte, ormai stanco e malato, aveva vissuto la sua giornata abituale. La sveglia alle 5, la preghiera comunitaria, la messa con il popolo, l’interminabile processione di penitenti. Confessare più di cento persone al giorno. I fedeli attendevano per giorni di poter essere ricevuti, con un sistema di turni e di numeri.

La sua santità è stata riconosciuta e proclamata solennemente dalla Chiesa il 16 giugno 2002, nella liturgia di canonizzazione presieduta da Giovanni Paolo II, l’unico Papa ad avere conosciuto personalmente Padre Pio, e ad avere da lui invocato e ottenuto la guarigione per una collaboratrice, Wanda Poltawska. San Giovanni Rotondo è oggi la prima meta di pellegrinaggi d’Italia, con circa nove milioni di visitatori l’anno. Da tutti, San Pio continua ad essere chiamato Padre Pio.

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Sat, 23 Sep 2017 20:05:07 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/693/1/padre-pio donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 17 settembre http://www.donpinoesposito.it/mc/692/1/domenica-17-settembre

Già nell’Antico Testamento veniva inculcata al popolo di Dio la necessità, per l’uomo, di perdonare i propri fratelli per poter aspirare al perdono di Dio. Rancore ed ira non si confanno a chi ha bisogno della misericordia di Dio, che egli è obbligato ad imitare, e il pensiero di dover sottoporsi al giudizio divino dopo questa vita deve indurre ad essere generosi col prossimo.

Gesù ha insistito con fermezza sulla legge evangelica del perdono. A Pietro, il Maestro dice che il perdono del prossimo non deve avere limiti e deve essere dato senza calcolo e senza stanchezza come indica la cifra simbolica di settanta volte sette. La parabola aggiunge che non c’è proporzione tra ciò che Dio perdona a noi e ciò che noi dobbiamo perdonare agli altri.

E non si tratta di perdonare a malincuore o a fior di labbra, ma “di cuore”, con sincerità e profondità di sentimento. Chi si sottrae al dovere del perdono è incapace di una vera intelligenza e pratica religiosa. Rifiutare il perdono significa non conoscere il Padre celeste, ripudiare il Vangelo nella maniera più irragionevole e brutale e non tenere in nessun conto la grazia che ci vien data per vincere la nostra debolezza.

Nella vita e nella morte, il cristiano non cerca la propria soddisfazione personale, ma quella di Cristo, al quale la nostra vita e la nostra morte appartengono perché della vita e della morte egli è il Signore.

Il fedele è intimamente associato per la sua salvezza, alla morte e alla risurrezione di Cristo, quindi è responsabile verso di lui della sua condotta cristiana.

Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito.

Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli consonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini finchè non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.

Don Pino Esposito

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Sun, 17 Sep 2017 09:40:54 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/692/1/domenica-17-settembre donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Ricordiamo Santa Madre Teresa di Calcutta http://www.donpinoesposito.it/mc/691/1/ricordiamo-santa-madre-teresa-di-calcutta

Riportiamo lo scritto di Franca Zambonini, che è una perfetta sintesi dell’intera esistenza terrena della grande apostola della carità Santa Madre Teresa di Calcutta, la cui dipartita è avvenuta proprio il 5 settembre di vent’anni fa.

“La santità non è qualcosa di straordinario, non è per pochi privilegiati. La santità è per ciascuno di noi un dovere semplice: accettare Dio con un sorriso, sempre e in ogni luogo”. Così diceva Madre Teresa di Calcutta.

E’ stata una delle figure più ammirate e amate del secolo scorso, e non solo dai cristiani, anche da seguaci di altri religioni o da coloro che non hanno nessuna fede. E’ salita sugli altari con una rapidità stupefacente: Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata il 19 ottobre 2003, ad appena sei anni dalla morte.

Ecco in sintesi le date essenziali della sua vita. Agnes Gonxha Bojaxhiu era nata il 26 agosto 1910 a Skopje, che all’epoca apparteneva all’Impero Ottomano, da una famiglia di stirpe albanese. Il padre Nikola e la madre Drane avevano già due figli, la maggiore Age di sei anni, il secondo Lazar di tre anni. Nel 1928, la diciottenne Agnes viene accettata nell’Ordine di Loreto e va nel convento di Rathfarnam, Irlanda.

Dopo pochi mesi parte missionaria in India, con il nome di Mary Teresa del Bambin Gesù. Fino al 1946 si dedicherà a un tranquillo lavoro di suora insegnante al Saint Mary di Entally, Calcutta, un collegio per ragazze di buona famiglia.

Ha già 36 anni quando arriva la svolta della sua vita, che lei chiamerà “una vocazione dentro la vocazione”. Nella notte del 10 settembre 1946, si trova sul treno per Darjeeling, un posto ai piedi dell’Himalaya dove c’è un convento dell’Ordine di Loreto. Mentre osserva con pena quell’umanità misera che si accalca nei vagoni, le arriva il grido degli ultimi, la chiamata per i più poveri. Prima il suo confessore Padre Van Exem, poi Monsignor Ferdinand Pèrrier, l’Arcivescovo di Calcutta, le consigliano pazienza e cautela. Ma lei, ormai determinata, chiede a Roma il permesso di lasciare l’Ordine di Loreto per fondare una congregazione di suore indiane dedicata solo “ai più poveri dei poveri”.

Il 18 agosto 1948, arrivato da Roma il permesso, la suora di Loreto lascia il saio nero tra lo sconcerto delle consorelle e, vestita il sari delle indiane povere, esce dal convento con in tasca solo 5 rubie e affronta le strade di Calcutta da sola, senza sostegni né prospettive, trova alloggio provvisorio presso una famiglia amica, comincia a insegnare ai bambini di un quartiere misero, all’aperto, scrivendo parole per terra con un legnetto. Presto la seguiranno alcune sue ex alunne, le prime Missionarie della Carità. Negli anni seguenti aprirà una dopo l’altra le case per i moribondi, i lebbrosi, i vecchi soli, i bambini abbandonati. Il 26 luglio 1965 inaugura una casa a Cocorote, in Venezuela, la prima delle tante oggi presenti in ogni continente. Il 10 dicembre 1979 riceve ad Oslo il premio Nobel per la pace, il più prestigioso tra tutti i riconoscimenti alla sua opera di carità. Ormai è la donna più famosa del mondo.

Anni di fatiche e sacrifici inimmaginabili, in un attivismo che ha del sovrumano, le hanno minato la salute, una grave malattia cardiaca la costringe a diversi ricoveri in ospedale. Il 5 settembre 1997, muore nella sua stanzetta della Casa Madre di Calcutta. L’India le rende l’onore dei funerali di stato, vi accorrono una folla immensa, capi di governo, personalità da tutto il mondo, i rappresentanti delle diverse religioni, in un tributo planetario mai visto prima e forse irripetibile. E’ sepolta a Calcutta, in una tomba di marmo bianco al piano terra della Casa Madre delle Missionarie della Carità. Sulla lapide sono incise le parole evangeliche: “Amatevi come io ho amato voi”.

Questi dati biografici rappresentano soltanto i punti fissi, le tappe di una vicenda straordinaria, ma certo non restituiscono la grandezza spirituale e la profondità mistica della piccola suora albanese divenuta indiana. Mentre era in vita, migliaia di articoli, di foto e di servizi televisivi, decine di libri avevano parlato di Lei, raccontandone le iniziative nel mondo, gli incontri con capi di stato e personalità eminenti, il pronto a correre suoi luoghi del dolore in occasione di conflitti o di cataclismi naturali. Il suo volto rugoso circondato da un lembo del sari bianco con gli orli azzurri, era l’immagine di un’icona vivente. Sembrava che su Madre Teresa si sapesse proprio tutto. E invece mancava la parte più assoluta, un segreto dell’anima rivelato solo dopo la sua morte.

Quando si aprì il processo canonico, soltanto a due anni dalla morte invece dei 5 stabiliti dal diritto ecclesiastico, molti si chiesero perché ci fosse bisogno di documenti, testimonianze, complessi esami di esperti e riunioni di alti prelati, per accertare una santità universalmente riconosciuta. Ma il processo si è dimostrato indispensabile per illuminare il lato nascosto della spiritualità della Madre. Moltissime sue lettere ai confessori spirituali, soprattutto ai gesuiti Padre Van Exem e l’Arcivescovo Pérrier, non erano state distrutte, come la Madre implorava alla fine di ogni suo scritto. Recuperate dagli archivi, hanno svelato una prova mistica, una lotta interiore dolorosamente prolungata per anni e ignota perfino alle consorelle che le erano state più vicine.

Madre Teresa ha attraversato le tenebre della “Notte oscura”, sperimentata da grandi mistici come Giovanni della Croce, Teresa D’Avila, Teresina del Bambino Gesù. In una lettera a Pèrrier, così rivelava il tormento intimo: “Sorrido sempre a tutti… Ah, se sapessero che il mio sorriso copre il vuoto e l’infelicità… Signore, se le mie sofferenze placano la mia sete, eccomi pronta. Sorriderò al tuo volto nascosto fino alla fine della vita”. Pensava che il suo amore per Gesù non venisse ricambiato e ha sofferto la ferità dei non amati. A Padre Huart, un altro gesuita di Calcutta, aveva confidato: “Quando parlo alle sorelle o ad altri della presenza di Gesù nei poveri, capisco che questo messaggio suscita una profonda risposta. Ma nel mio cuore c’è solo oscurita”. E ancora, anni dopo, sempre a Pèrrier: “Ho cominciato ad amare le mie tenebre, perché ora credo che siano una parte, una piccola parte, delle tenebre di Gesù e della sua pena sulla terra”.

Questo Getsemani interiore non ha impedito a Madre Teresa l’azione instancabile di soccorso ai poveri, l’efficienza manageriale nell’organizzare e dirigere il lavoro delle consorelle. L’aspetto più singolare della vicenda rivelata dopo la morte, è stata la sua capacità di essere insieme contemplativa e pratica, un’anima di preghiera e una formidabile organizzatrice della carità. H avuto la forza di mostrare agli altri il volto sempre sorridente, e la volontà davvero eroica di immergersi nella fatica quotidiana nonostante quella pena che le riempiva il cuore. Diceva: “Voglio essere apostola della gioia”.

Madre Teresa ha insegnato il valore e la dignità di ogni essere umano. Indira Gandhi, la premier dell’India che era una sua grande amica nonostante le differenze di stato sociale e di religione, ha scritto: “Madre Teresa non fa la minima discriminazione per il colore della pelle, la lingua, la fede. Ella mette in pratica la verità che la preghiera è dedizione e servizio”.

E’ diventata la prima vera santa del cosiddetto “villaggio globale”, al di sopra delle diversità, delle appartenenze religiose e politiche. Si considerava uno strumento dell’amore divino: “Sono una matita nelle mani di Dio. Lui scrive ciò che vuole”.

Il suo genio è sempre andato contro corrente. Ha insegnato che ogni vita è sacra, ma lo è ancora di più quella dei non nati, dei bambini abbandonati alla nascita, dei vecchi lasciati morire da soli, dei miseri senza speranza. Contro la corsa agli oggetti inutili, all’eccesso di beni, e vissuta di niente, ossessionata dalla presenza dei poveri. Istruiva le seguaci alla gentilezza: “Preferisco che facciate uno sbaglio con il sorriso che un miracolo con sgarbo”. Diceva che esiste la lebbra anche nelle grandi città occidentali, ed è la solitudine. Come una donna di fatica, si è messa sulle spalle i pesi che noi scarichiamo guardando da un’altra parte. E’ vissuta nel secolo più tormentato dalla violenza ideologica come un segno di concordia, una sentinella dell’amore per gli altri, una guida verso il rinnovamento dei nostri cuori.  

Don Pino Esposito

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Sun, 10 Sep 2017 17:05:14 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/691/1/ricordiamo-santa-madre-teresa-di-calcutta donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
XXIII domenica del tempo ordinario http://www.donpinoesposito.it/mc/690/1/xxiii-domenica-del-tempo-ordinario

Ezechiele-profeta deportato a Babilonia dieci anni prima della distruzione di Gerusalemme- si presente come una sentinella che ha la funzione di spiare l’orizzonte della storia, individuandone i segni nascosti, le tracce misteriose, le albe di vita e i tramonti di morte per comunicarli alla comunità di Israele. La sua responsabilità è certo fondamentale, ma è costretta ad arrestarsi davanti alla libera scelta del popolo. La stessa responsabilità incombe ora su tutta la comunità cristiana nel cui ambito è indispensabile preparare strumenti pastorali che permettano il mantenimento della limpidità nella Chiesa.

Ecco, allora, la proposta graduale della correzione fraterna: alla base di quest’ansia di purezza nella carità c’è il dono di legare e sciogliere affidato da Cristo a Pietro e all’intera comunità apostolica. Emerge dalla liturgia odierna un grande impegno pastorale comunitario per i lontani e per tutti i limiti e gli errori che accompagnano l’esistenza personale ed ecclesiale. E’ evidente, inoltre, la necessità di celebrare la misericordia di Dio contro ogni eccessivo rigorismo pur nella fermezza che l’autenticità della fede esige.

L’amore diventa così il centro coordinatore del culto e della vita e lo specifico dell’esistenza cristiana: è il tema dell’inno paolino alla carità. L’apostolo considera l’amore la base delle prescrizioni e dei consigli: la carità è l’elemento coordinatore dell’intero quadro etico che, senza di essa, si ridurrebbe ad un cumulo slegato di precetti, ad un arido manuale di imposizioni legalistiche.

“L’amore è la pienezza della legge”.

Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

Don Pino Esposito

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Sun, 10 Sep 2017 12:59:36 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/690/1/xxiii-domenica-del-tempo-ordinario donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Beata Vergine Maria http://www.donpinoesposito.it/mc/689/1/beata-vergine-maria

Dal libro della Genesi: Dio punisce l’uomo peccatore e gli promette la salvezza.

(Al tempo delle origini) il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: ”Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”.

Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”.

Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

Allora il Signore Dio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”.

Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”.

All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finchè tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”.

L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

 

Dai “Discorsi” di Sant’Andrea di Creta, Vescovo.

Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

“Il termine della legge è Cristo” (Rm 10,4). Si degni egli di innalzarci verso lo spirito ancora più di quanto ci libera dalla lettera della legge.

In lui si trova tutta la perfezione della legge perché lo stesso legislatore, dopo aver portato a termine ogni cosa, trasformò la lettera in spirito, ricapitolando tutto in sè stesso. La legge fu vivificata dalla grazia e fu posta al suo servizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna delle due conservò le sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni.

Tuttavia la legge, che prima costituiva un onere gravoso e una tirannia, diventò, per opera di Dio, peso leggero e fonte di libertà.

In questo modo non siamo più “schiavi degli elementi del mondo”, come dice l’Apostolo, né siamo più oppressi dal giogo della legge, né prigionieri della sua lettera morta.

Il mistero del Dio che diventa uomo, la divinizzazione dell’uomo assunto dal Verbo, rappresentano la somma dei beni che Cristo ci ha donati, la rivelazione del piano divino e la sconfitta di ogni presuntuosa autosufficienza umana. La venuta di Dio fra gli uomini, come luce splendente e realtà divina chiara e visibile, è il dono grande e meraviglioso della salvezza che ci venne elargito.

La celebrazione odierna onora la natività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento è l’incarnazione del Verbo. Infatti Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio.

La Beata Vergine Maria ci fa godere di un duplice beneficio: ci innalza alla conoscenza della verità, e ci libera dal dominio della lettera, esonerandoci dal suo servizio. In che modo e a quale condizione? L’ombra della notte si ritira all’appressarsi della luce del giorno, e la grazia si reca la libertà in luogo della schiavitù della legge. La presente festa è come una pietra di confine fra il Nuovo e l’Antico Testamento. Mostra come ai simboli e alle figure succeda la verità, e come alla prima alleanza succede la nuova. Tutta la creazione dunque canti di gioia, esulti e partecipi alla letizia di questo giorno. Angeli e uomini si uniscano insieme per prender parte all’odierna liturgia. Insieme la festeggino coloro che vivono sulla terra e quelli che si trovano nei cieli. Questo infatti è il giorno in cui il Creatore dell’universo ha costruito il suo tempio, oggi il giorno in cui, per un progetto stupendo, la creatura diventa la dimora prescelta del Creatore”.

Don Pino Esposito

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Fri, 8 Sep 2017 01:38:40 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/689/1/beata-vergine-maria donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Virgo Fidelis, patrona dell’Arma dei Carabinieri http://www.donpinoesposito.it/mc/688/1/virgo-fidelis-patrona-dell-arma-dei-carabinieri

Virgo Fidelis, patrona dell’Arma dei Carabinieri

L’11 novembre 1949, Pio XII promulga un Breve apostolico con il quale attribuisce l’appellativo di “fedele” alla beata Vergine Maria assurta a patrona dell’Arma dei Carabinieri d’Italia[1]. Il titolo di fidelis, con il quale si rende culto alla Santa Protettrice, è ispirato al motto militare “nei secoli fedele”, coniato nel 1914 e infine concesso da Vittorio Emanuele III nel 1933 come motto araldico. Questa concessione si verifica in applicazione alla legge del 1932 sull’assegnazione dei Santi Patroni dell’Esercito italiano.

Giovanni XXIII, ricordando la volontà del suo predecessore di costituire nella Virgo Fidelis la «celeste Patrona», a sua volta ha apprezzato il significato di quella definizione che coglie a pieno l’idea che anima il «simbolo prezioso» dell’Arma, ossia la «fedeltà». A pochi mesi dall’elevazione al soglio pontificio, Papa Roncalli asserisce che quella “fedeltà” è «modellata costantemente sugli esempi perfetti e silenziosi della Madonna». La Madonna che si «offre a Dio, conscia dei suoi doveri e fedele», è l’immagine perfetta da contemplare. La Vergine Maria, nella sua funzione d’intercessione, è ammirata da chi nell’Arma dei Carabinieri svolge una vita «umile e piena di sacrifici»[2].

A sua volta, Giovanni Paolo II, nel 2001, si rivolge ai Carabinieri di Roma confermandogli il sostegno dell’«aiuto di Dio» perché continuino con «generosità» la loro missione al servizio della città: «Vi protegga sempre con materna premura Maria Santissima, la “Virgo Fidelis”»[3].

Nel 2010, anche Benedetto XVI raccomanda i Carabinieri a Maria, «la “Virgo fidelis”, vostra Patrona», affinché accompagni «l’intera Arma, in particolare quanti, in diversi Paesi del mondo, sono impegnati in delicate missioni di pace», e perché accolga i suoi «propositi di bene presentandoli al suo divin Figlio»[4]. Questo l’auspicio del Papa emerito espresso al cospetto dei Carabinieri della Compagnia Roma di San Pietro.

L’attuale pontefice, Francesco, in occasione del bicentenario dalla fondazione del “Corpo dei Carabinieri”, ha raccomandato la Vergine Maria perché vegli.  Il Santo Padre, sensibile alla venerazione della Madonna con il titolo Virgo Fidelis, oggi ribadisce il valore di questo attributo che qualifica la «fiducia» alla quale i Carabinieri si attengono, «specialmente nei momenti di stanchezza e di difficoltà, sicuri che, come madre tenerissima, lei saprà presentare al suo Figlio Gesù i loro «bisogni» e le loro «attese»[5].

Nel 2014, il Card. Segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, ha sottolineato il «grande ruolo sempre svolto» dai Carabinieri «con le caratteristiche di fedeltà, dedizione e sacrificio che li hanno contraddistinti in questi 200 anni dalla loro fondazione». Ha ricordato le «tante situazioni di conflitto, di emarginazione, di sofferenza e disagio che richiedono la presenza e lo sforzo di tutti», nelle quali le forze dell’ordine svolgono un ruolo insostituibile[6].

Don Pino Esposito

[1] Pius XII, Beata Virgo Maria “Virgo Fidelis” appellata, totius militaris italici coetus, quem “arma dei Carabinieri” vocant, Patrona caelestis praecipua declaratur, in «Acta Apostolicae Sedis», A. 42, s. 2, vol. 17 (1950), pp. 288-290.

[2] Giovanni XXIII, discorso ai Carabinieri appartenenti alla Scuola Ufficiali delle Legioni Roma, Lazio e allievi, 23 marzo 1959.

[3] Giovanni Paolo II, discorso ai Carabinieri del Comando Provinciale di Roma, 26 febbraio 2001.

[4] Benedetto XVI, discorso ai Carabinieri della Compagnia Roma San Pietro, 7 gennaio 2010.

[5] Papa Francesco, discorso ai partecipanti all’incontro dell’Arma dei Carabinieri nel bicentenario di fondazione, 6 giugno 2014.

[6] Virgo Fidelis, carabinieri celebrano la Patrona. Parolin: “Capire l’altro”, in «Padova Oggi», 21 novembre 2014. 

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Mon, 4 Sep 2017 16:34:59 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/688/1/virgo-fidelis-patrona-dell-arma-dei-carabinieri donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
XXII domenica del tempo ordinario http://www.donpinoesposito.it/mc/687/1/xxii-domenica-del-tempo-ordinario

La donazione dell’intera esistenza è il filo conduttore della storia di Geremia, di Gesù, di Paolo e di ogni altro discepolo cristiano.

Questa donazione è innanzitutto presentata nella celebre confessione di Geremia in cui il profeta rievoca la sua vocazione nei termini della seduzione da parte di Dio: Geremia accusa Dio di averlo raggirato, poiché il ministero profetico ha portato nella sua esistenza solo “obbrobrio ed inganno”.

La tentazione di rinunciare è fortissima, ma la Parola di Dio è un incendio che pervade le ossa e che l’uomo non può placare o spegnere. Così il profeta ritorna al suo “martirio” quotidiano consumandosi per quella Parola che lo brucia e che gli fa vincere ogni resistenza. Nel brano evangelico odierno, due sono i protagonisti della pericope: Gesù e i discepoli nel loro cammino verso Gerusalemme. Con tre brevi asserzioni viene sviluppata una esplicita teologia della donazione cristiana: al V.24 troviamo l’invito ad accogliere, se necessario, anche il martirio; successivamente, nel parallelismo “salvare-perdere” - “perdere-trovare” Matteo afferma che donando tutto si ritrova tutto in una dimensione definitiva; infine, al V.26. riprende il tema caro a Gesù della decisione radicale, libera da ogni ostacolo o reticenza: nessuna realtà, anche la più splendida, può essere equiparata al grande dono della propria esistenza e inserita in Dio. E’ lo stesso discorso di S. Paolo nella dichiarazione iniziale della lettera ai Romani: il corpo è il centro delle tre relazioni fondamentali che legano l’uomo a Dio, al suo fratello e alle realtà terrestri.

La genuina oblazione da presentare a Dio non parte da una sequenza di riti perfetti, ma è solo con la donazione dell’intera esistenza che il nostro corpo diventa “tempio dello Spirito Santo” nel quale si celebra il “culto spirituale” perfetto e a Dio gradito. Per donarsi a Dio, afferma Paolo, bisogna non ristagnare nell’inerzia di “questo secolo”, ma proiettarsi in una scoperta continua, dinamica ed impegnata del futuro che la volontà di Dio ha già rivelato ed iniziato.

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro:”Và dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni”.

Don Pino Esposito

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Sun, 3 Sep 2017 12:41:26 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/687/1/xxii-domenica-del-tempo-ordinario donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Javi, prima Christi victima http://www.donpinoesposito.it/mc/685/1/javi-prima-christi-victima

Il 17 agosto 2017, nella città di Barcellona abbiamo assistito all’ennesima lugubre scena di ciò che, usando un’espressione che la letteratura e l’arte religiosa hanno per secoli riferito al Vangelo, possiamo chiamare la “strage degli innocenti” (Matteo 2, 1-16).

Le notizie sulla dinamica dell’attentato di La Rambla sono, in queste stesse ore, ancora sulla bocca di tutti. Un furgone bianco percorre il viale affollato di turisti. È visto prendere velocità, passare tra la folla e all’improvviso falciare i passanti. 13 i morti, 61 i feriti, di cui 17 in stato critico, 25 gravi secondo i dati dell’Agenzia di Protezione civile catalana.

Secondo un calcolo complessivo degli attentati che nel solo anno 2017 hanno insanguinato l’Europa, con Barcellona il numero degli attacchi terroristici salirebbe a 16, dopo Istanbul (1 gennaio, 39 morti, 70 feriti), Parigi (3 febbraio, 0 morti, 1 ferito), Garges-lès-Gonesse (18 marzo, 0 morti, 2 feriti), Londra (22 Marzo, 5 morti, 49 feriti),  San Pietroburgo  (3 aprile, 15 morti, 87 feriti), Stoccolma (7 aprile, 5 morti, 14 feriti), Parigi (10 aprile, 1 morto, 3 feriti), Manchester (22 maggio, 22 morti, 120 feriti), Londra (3 giugno, 8 morti, 48 feriti), Parigi (6 giugno, 0 morti, 1 ferito; 19 giugno, 0 morti, 0 feriti), Bruxelles (20 giugno, 0 morti, 0 feriti), Amburgo (28 luglio, 1 morto, 6 feriti), Levallois-Perret (9 agosto, 0 morti, 6 feriti), Turku (18 agosto, 2 morti, 8 feriti). La Francia è colpita 6 volte, la Gran Bretagna 3 volte.

Nel telegramma di cordoglio rivolto, in lingua spagnola, dal Segretario di Stato pontificio, il card. Pietro Parolin si fa portavoce del Papa nell’indicare la dimensione né politica né religiosa, bensì “inumana” dell’azione compiuta (“acción tan inhumana”). È un atto che rompe la “concordia nel mondo”, che soprattutto mortifica l’idea stessa di creazione. È una “offesa gravissima al Creatore” che vede colpite le sue creature con “violenza cieca” (“violencia ciega”).  

Tra le vittime, è stato ritrovato il corpo di un bambino di 3 anni. Il suo nome è Javi Martínez. Con la sua morte, in qualche misura, si rinnovano le gesta di Erode il Grande e quella “strage degli innocenti” di cui il Vangelo di Matteo narra, quel primo olocausto che prefigura la crocifissione di Gesù, e in cui il poeta Prudenzio, nel IV secolo, vide la prima Christi victima.

Il messaggio di Cristo, della Croce, ci lascia sperare che nel sacrificio cruento di Javi, possa trovarsi l’ultima vittima.

Don Pino Esposito

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Sat, 2 Sep 2017 14:44:36 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/685/1/javi-prima-christi-victima donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Il Creato, dono meraviglioso rovinato dall’egoismo umano http://www.donpinoesposito.it/mc/686/1/il-creato-dono-meraviglioso-rovinato-dallegoismo-umano

Riportiamo questa breve riflessione di Nicola Gori in occasione dell’XI giornata per il Creato.

"Nella modernità, siamo cresciuti pensando di essere i proprietari e i padroni della natura, autorizzati a saccheggiarla senza alcuna considerazione delle sue potenzialità segrete e leggi evolutive, come se si trattasse di un materiale inerte a nostra disposizione, producendo tra l’altro una gravissima perdita di biodiversità".

Così Papa Francesco ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, lunedì 28 novembre 2016.

Parole che servono come monito e spunto di riflessione in occasione della Giornata mondiale del creato che si celebra l’1 settembre in tutta la Chiesa cattolica.

In realtà – sottolinea il Pontefice – non siamo i custodi di un museo e dei suoi capolavori che dobbiamo spolverare ogni mattina, ma i collaboratori della conservazione e dello sviluppo dell’essere e della biodiversità del pianeta, e della vita umana in esso presente”.

A questo proposito, il Papa lancia un appello a tutti gli uomini, affinchè compiano una conversione ecologica, capace di promuovere lo sviluppo sostenibile, cercando la giustizia sociale e il superamento di un sistema iniquo che produce miseria, disuguaglianza ed esclusione.

Una delle risposte della comunità internazionale è lo sforzo per ridurre le emissioni dei gas a effetto serra, con la stipulazione dell’Accordo sul clima a Parigi, il 12 dicembre 2015. In seguito a Marrakech in Marocco, si è svolta dal 7 al 18 novembre 2016, la ventiduesima conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 22).

E’ servita per definire il regolamento di attuazione dell’accordo sul clima con l’istituzione del Fondo Verde per aiutare i paesi in via di sviluppo.

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Fri, 1 Sep 2017 17:48:23 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/686/1/il-creato-dono-meraviglioso-rovinato-dallegoismo-umano donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
La politica dei cuori forti: riflessioni sull’attentato di Istanbul 2017 http://www.donpinoesposito.it/mc/684/1/la-politica-dei-cuori-forti-riflessioni-sull-attentato-di-istanbul-2017

Il primo gennaio dell’anno 1968, Paolo VI indiceva la prima Giornata mondiale della pace. Nel discorso di apertura, Papa Montini auspicava lo sviluppo di una «grande arte sociale e politica» imperniata sui «cuori forti», formati nella comprensione «che la vita umana è sacra».

Ogni anno, questa festa ricorre con la sua promessa per la storia avvenire e, ogni volta, con un messaggio diverso. Siamo giunti alla cinquantesima celebrazione, in occasione della quale Papa Francesco invita a riflettere sul tema della “non violenza” da intendere come «stile di una politica per la pace». Ne parla nel dicembre del 2016 e, nuovamente, invita alla riflessione il 2 gennaio seguente, a poche ore dall’ennesimo attacco terroristico che ha insanguinato la Turchia.

Nella notte del capodanno 2017, si fa irruzione in uno dei locali notturni di Istanbul, il Reina, luogo emblematico della vita occidentale e di forte attrazione per i turisti in visita nella capitale turca. Il locale era in piena festa, ancora decorato con i simboli del Natale appena trascorso. L’attentatore entra nella sala grande e spara sulla folla, per circa 7 minuti, indistintamente, preoccupandosi di tenere il fucile ad altezza tale da colpire in modo letale. 39 i morti, 70 feriti, di 22 nazionalità diverse tra cui 4 iracheni e 1 siriano.

Il 29 giugno 2016, Francesco aveva già pregato per le vittime dell’attentato compiuto alcuni mesi prima del massacro al Reina, all’aeroporto di Istanbul-Atatürk il 28 giugno, «Il Signore converta i cuori dei violenti e sostenga i nostri passi sulla via della pace». Il Santo Padre ha invitato a pregare «in silenzio».

Il silenzio della preghiera è stato interrotto dal chiasso della stampa, che esaspera la genuina e sana informazione di cui il giornalismo ha saputo altre volte dare prova.

«Come passa il Signore?», si è chiesto Papa Francesco, rileggendo le pagine dell’Antico Testamento sull’incontro del profeta Elia con Dio[1]. Dio passa nel «vento impetuoso» tale da «spaccare i monti e spezzare le rocce?», nel «terremoto», nel «fuoco», nel «chiasso» (1Re 19,11-13)? «Per incontrare il Signore — ha fatto presente il Papa — bisogna entrare in noi stessi e sentire quel “filo di un silenzio sonoro”», perché «Lui ci parla lì»: il «Signore parla al cuore».

Don Pino Esposito


[1] Papa Francesco, Silenzio sonoro, in «L’Osservatore Romano», 11 giugno 2016.

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Fri, 1 Sep 2017 14:39:07 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/684/1/la-politica-dei-cuori-forti-riflessioni-sull-attentato-di-istanbul-2017 donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Ricordiamo Amburgo http://www.donpinoesposito.it/mc/683/1/ricordiamo-amburgo

Il 28 luglio scorso, un attentatore, armato di coltello, di appena 26 anni, entra in un supermercato di Amburgo, colpisce a morte un signore cinquantenne e ferisce altre 6 persone. La gente che assiste alla scena tenta di accerchiare l’uomo. Messo in fuga, sarà fermato dalla polizia.

L’aggressione di Amburgo riaccende le paure che il massacro di Berlino ha lasciato negli animi dei tedeschi e del mondo intero quando, il 19 dicembre scorso, nella capitale della Germania, un tir è stato lanciato sulla folla che gremiva il tradizionale mercatino di Natale. 12 morti, 48 feriti. La strage è stata eseguita adottando la medesima scellerata tecnica dell’autocarro mietitore, già messa in pratica nell’attentato alla Promenade des Anglais di Nizza (14 luglio 2016), ancora riproposta, per esempio, nell’attentato sul London Bridge del 3 giugno 2017. Oggi assistiamo alla ricerca di armi di nuovo tipo sperimentate e collaudate dal terrorismo di massa, a tecniche di morte che prevedono armamenti di modesta entità (dall’autocarro al coltello), ma di effetto letale e atroce.  Nell’enciclica Pacem in Terris, promulgata nel 1963, Papa Giovanni XXIII, poneva la questione del disarmo come problema di perdita di «energie spirituali». L’armamento provoca l’assorbimento di «energie» che vengono così tolte al «progresso sociale». La conseguenza è che «gli essere umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile». Erano i primi anni Sessanti, quando ci si rendeva conto della scintilla che può scoccare dalla messa in moto di ogni forma di apparato bellico. Per Papa Roncalli, il disarmo era un «obiettivo reclamato dalla ragione». Queste parole, pronunciate in tempi andati, tornano di attualità.

A ridosso della strage di Berlino, a cui si è accennato, Papa Francesco ha espresso un senso di «compassione» e ha indicato in quanto accaduto l’effetto di una «follia omicida». Dopo il massacro di Nizza, davanti alle famiglie delle vittime, ha invocato, non per la prima volta, la «immensa compassione» della Chiesa, «tutta la tenerezza del Successore di Pietro» che accompagna chi è rimasto colpito.  «Si può rispondere agli assalti del demonio – questo è il messaggio centrale del Santo Padre – solo con le opere di Dio che sono perdono, amore e rispetto del prossimo, anche se è differente».

Don Pino Esposito

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Thu, 31 Aug 2017 14:28:04 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/683/1/ricordiamo-amburgo donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 27 Agosto http://www.donpinoesposito.it/mc/682/1/domenica-27-agosto

Nell’unico oracolo che Isaia riserva ad un privato, la figura di Eliakim diventa l’emblema di un nuovo potere affidato da Dio all’uomo. Il profeta, attento interprete della storia e dei segni dei tempi, ci invita a scoprire negli uomini della nostra Chiesa e della nostra storia la presenza salvante di un Dio che ha voluto aver bisogno degli uomini. La chiave-simbolo del potere- e la coppia di verbi ad essa collegata, “aprire e chiudere”, vengono ora affidate da Cristo a Pietro, “pietra sulla quale edificherò la mia Chiesa”.

L’incarnazione è, quindi, la radice e il ministero di Pietro. Un ministero che adopera la metafora edilizia per esprimere appunto quel basamento irremovibile sul quale far gravitare l’intera costruzione degli eletti di Dio: la Chiesa. Solo Gesù e Pietro ricevono tale appellativo nel Nuovo Testamento; solo essi possono compiere questa funzione non accentratrice, ma unificatrice rendendo la Chiesa un organismo operante ed armonico. Il legare e sciogliere, simbolo giuridico, diventano la concretizzazione degli interventi dell’apostolo; sono, cioè, interpretazione ed attualizzazioni nel tempo della volontà salvifica del Cristo. Questo servizio che Pietro deve donare alla Chiesa ha la sua Sorgente nel Cristo che egli nella fede sa riconoscere come “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Davanti a questo mistero di salvezza, che si attua nella realtà della nostra carne e del nostro tempo, affiora sulle labbra del credente la preghiera di lode, solenne dossologia con la quale Paolo chiude la sezione della lettera ai Romani dedicata alla questione giudaica.

Anche la speculazione più acuta e rigorosa si arresta davanti alla trascendenza di Dio. Egli solo sa collocare nella sua logica perfetta e invalicabile alla mente umana ogni origine, ogni esistenza, ogni dinamismo della realtà. Affidandoci alle “sue vie” ritroveremo senso, pace e salvezza.

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”.

Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli”.

Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Don Pino Esposito

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Sun, 27 Aug 2017 10:13:55 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/682/1/domenica-27-agosto donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Proteggere la famiglia http://www.donpinoesposito.it/mc/681/1/proteggere-la-famiglia

Don Pino Esposito Charitas è una rubrica che nasce per condividere i quotidiani valori della cristianità sia nella società che all'interno della propria famiglia. Ed è la famiglia il cuore della nostra società.

Gesù ci riporta spesso alla primitiva purezza della dignità del matrimonio. La sua unità e indissolubilità. I Farisei domandavano spesso a Gesù se era lecito al marito ripudiare la propria moglie. Gesù rispondeva loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Essi risposero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio”. Mentre questo era accettato da tutti, si discuteva se fosse lecito ripudiare la moglie per “qualsiasi motivo”, anche insignificante o addirittura per nessun motivo.

Gesù restituisce alla sua purezza originaria la dignità del matrimonio, così come Dio l’aveva istituito al principio della creazione.

Il Signore ricorda che all’inizio Dio aveva stabilito l’unità e l’indissolubiità del matrimonio. San Giovanni Cristostomo, commentando questo insegnamento, lo esprime in una formula semplice e chiara: un uomo deve convivere sempre con una sola donna e l’unione non deve essere mai spezzata.

Dobbiamo pregare spesso per la stabilità delle famiglie, cominciando dalla nostra, e cercare di essere sempre strumenti di unione attraverso il sacrificio lieto, la gioia costante.

Il vero Cristiano quando deve affermare il vlaore e la santità del matrimonio, non deve lasciarsi impressionare dalle difficoltà o dalle derisioni cui può andare incontro nell’ambiente, così come il Signore non si curò che la situazione esistente nel popolo di Israele fosse contraria ai suoi insegnamenti.  Quando difendiamo l’indissolubilità dell’istituzione matrimoniale facciamo un immenso bene a tutta la collettività.

La famiglia deve essere oggetto di attenzione e di protezione da parte di quanti hanno un ruolo nella vita pubblica. Educatori, scrittori, uomini politici e legislatori devono tenere in considerazione che gran parte dei problemi e personali hanno radice nei fallimenti o nelle carenze della vita famigliare. Combattere la delinquenza giovanile, la prostituzione etc. e nello stesso tempo favorire la sfiducia o il deterioramento dell’istituzione famigliare è una leggerezza ed una contraddizione.

Il bene della famiglia, in tutti i suoi aspetti, deve essere quindi una delle preoccupazioni principali dell’azione dei cristiani impegnati nella vita pubblica.

Don Pino Esposito

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Sat, 19 Aug 2017 16:26:55 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/681/1/proteggere-la-famiglia donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Preghiera per il forte e coraggioso popolo di Spagna http://www.donpinoesposito.it/mc/680/1/preghiera-per-il-forte-e-coraggioso-popolo-di-spagna

Esprimo la mia solidarietà e preghiera per il nobile, forte e coraggioso popolo di Spagna. Che il Signore, Lui ch'è il Principe della pace, possa concederla al mondo, quella vera che solo Lui può dare

Don Pino Esposito

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Fri, 18 Aug 2017 16:28:22 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/680/1/preghiera-per-il-forte-e-coraggioso-popolo-di-spagna donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Documentario ideato da Don Pino Esposito http://www.donpinoesposito.it/mc/679/1/documentario-ideato-da-don-pino-esposito

Questo progetto, in rappresentanza al patrimonio culturale ed ecclesiastico del territorio, è stato ideato da Don Pino Esposito parroco di tre comunità ecclesiastiche della diocesi di San Marco Argentano – Scalea e precisamente nei comuni di San Donato di Ninea e di San Sosti alla frazione Macellara. In questo video vengono visionate le chiese della SS. Assunta situata nella parte alta, la chiesa della SS. Trinità quasi al centro del paese e la grotta di Sant’Angelo siti a San Donato di Ninea. La chiesa del SS. Salvatore, il Castello Medievale, la cappella di Santa Domenica e l’antico battistero di San Pietro adibito a calvario situato nel piccolo borgo di Policastrello. La chiesetta di Santa Maria Assunta nella frazione Ficara, la chiesetta di Santa Rosalia della Frazione Macellara, la chiesetta antica del Pantano situato nella frazione Licastro. Oltre alla parte ecclesiastica, viene rappresentata la parte territoriale che riguarda le montagne tra cui il Cozzo del Pellegrino, dove ai suoi piedi, è situata la statua in gesso della Madonna dedicata all’omonima montagna

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Fri, 11 Aug 2017 23:40:24 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/679/1/documentario-ideato-da-don-pino-esposito donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 6 Agosto http://www.donpinoesposito.it/mc/678/1/domenica-6-agosto

Con uno stile ricco di immagini, proprio degli scritti apocalittici, Daniele contempla la misteriosa figura di “un Figlio di uomo” che si presenta davanti al trono di Dio e da lui riceve potere e gloria. Gesù che nei vangeli qualifica se stesso Figlio dell’uomo fa due volte riferimento a questa profezia (Mt 24,30; 26, 64) per affermare la sua natura e i suoi poteri divini. Pietro, presente alla Trasfigurazione di Gesù, afferma che la fede in lui come Figlio di Dio si fonda sulla parola del Signore, comunicata nei tempi antichi ai profeti e risuonata dal cielo quando Cristo si manifestò glorioso sulla montagna. La Parola di Dio illumina il cammino della fede e degli splendori divini, Cristo aveva detto agli apostoli che era necessario per lui affrontare la Passione e la morte. Questa invece di essere, come apparivano, una sconfitta, erano una eloquente testimonianza di amore per il Padre Celeste e per noi. L’imprevedibile dono che Dio ci ha fatto del Figlio è reso permanente nella Chiesa con la celebrazione del mistero eucaristico, nel quale Cristo si offre come nutrimento dell’anima, per sostenerla nelle prove che si devono affrontare per dimostrare di aver capito e apprezzato il dono del Padre celeste e il sacrificio del Figlio. 

Dal Vangelo secondo Matteo (17, 1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”.

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”. 

Don Pino Esposito

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Sun, 6 Aug 2017 10:35:21 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/678/1/domenica-6-agosto donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
La missione profetica di Fatima ed il viaggio di Papa Francesco in Portogallo http://www.donpinoesposito.it/mc/677/1/la-missione-profetica-di-fatima-ed-il-viaggio-di-papa-francesco-in-portogallo

Sette anni dopo Benedetto XVI, 100 anni dopo le prime apparizioni, Papa Francesco ha compiuto poche settimane fa uno storico viaggio a Fatima per la proclamazione della santità dei pastorelli Francisco e Giacinta, già beatificati da Papa Wojtyla il 13 maggio del 2000, mentre di Lucia, la terza pastorella morta nel 2010, è in corso il processo di beatificazione. La storia delle apparizioni della Madonna di Fatima iniziò nel lontano 13 maggio 1917 quando la Vergine Maria apparve per la prima volta in un villaggio sperduto sugli altipiani dell'Estremadura a tre pastorelli: Lucia Dos Santos e Francesco e Giacinta Marto chiedendo penitenza e conversione. I tre cuginetti, mentre conducevano al pascolo le loro pecore si trovarono abbagliati da una luce folgorante e dalla comparsa di una bella Signora vestita di bianco ritta sopra un leccio la quale esordì con la frase “Non abbiate paura, non vi farò del male”. A questo punto Lucia chiese alla Signora “Da dove venite?” e lei rispose “Vengo dal Cielo” e Lucia “Dal cielo! E perché è venuta Lei fin qui?”, rispose ancora “Per chiedervi che veniate qui durante i prossimi sei mesi ogni giorno 13 a questa stessa ora; in seguito vi dirò chi sono e cosa desidero, ritornerò poi ancora qui una settima volta”. E Lucia, “E anch’io andrò in cielo?”, “Sì”, e “Giacinta?”, “anche lei”, “e Francesco?”, “anche lui, ma dovrà dire il suo rosario”. La Vergine poi chiese: “Volete offrire a Dio tutte le sofferenze che Egli desidera mandarvi, in riparazione dei peccati dai quali Egli è offeso, e per domandare la conversione dei peccatori?”. “Sì lo vogliamo” rispose Lucia, “Allora dovrete soffrire molto, ma la Grazia di Dio sarà il vostro conforto”.

La spianata del Santuario mariano, gremita da centinaia di migliaia di fedeli è esplosa di gioia all’arrivo di Francesco, giunto come pellegrino della speranza e della pace. Di fronte alla statua della Vergine, nella Cappella delle apparizioni, il Papa pronuncia una preghiera ispirata alla “Salve, o Regina” in cui si presenta come “ vescovo vestito di bianco”riprendendo quel termine direttamente dal messaggio profetico del cosiddetto terzo mistero di Fatima. Francesco parla in portoghese e si presenta così, appena arrivato a Fatima, davanti a mezzo milione di persone da tutto il mondo che lo aspettano sotto il sole nella spianata accanto alla cappellina delle apparizioni. Il Papa «pellegrino di pace», «Como bispo vestido de branco», un’immagine che richiama i «diversi Papi» che hanno condiviso le sofferenze di un «secolo di martiri», di «sofferenze e persecuzioni della chiesa», delle due guerre mondiali e «di molte guerre locali». Ed in questo momento di violenza Francesco ha voluto invocare con forza la pace davanti alla Madonna: «imploro per il mondo la concordia fra tutti i popoli». Francesco aggiunge, nel piazzale del Santuario di Fatima, "In questo luogo, da cui cent'anni or sono a tutti hai manifestato i disegni della misericordia di Dio, guardo la tua veste di luce e, come vescovo vestito di bianco, ricordo tutti coloro che, vestiti di candore battesimale, vogliono vivere in Dio e recitano i misteri di Cristo per ottenere la pace”. In quel piazzale si trova proprio la statua della Vergine Maria nella cui corona è incastonato uno dei proiettili esplosi dal killer turco Alì Agca che il 13 maggio 1981 attentò alla vita di Giovanni Paolo II a San Pietro. E così la terza profezia di Fatima è stata interpretata proprio in legame a quel tragico fatto. Ma, come aveva già affermato il Papa Emerito Joseph Ratzinger, quella profezia riguarda in un certo senso tutti i Pontefici, e rivela in realtà il futuro della Chiesa: "Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.

Papa Francesco ha così scelto un linguaggio “sapienziale” per dare la sua lettura del Terzo Segreto e per poi pregare così la Madonna che in quel lontano giorno dell’apparizione ci aveva avvertito del rischio dell’inferno a cui conduce una vita, spesso proposta ed imposta, senza Dio e che profana Dio nelle sue creature: "Benedetta fra tutte le donne, sei l'immagine della Chiesa vestita di luce pasquale, sei l'onore del nostro popolo, sei il trionfo sull'assalto del male. Profezia dell'Amore misericordioso del Padre, Maestra dell'Annuncio della Buona Novella del Figlio, Segno del Fuoco ardente dello Spirito Santo, insegnaci, in questa valle di gioie e dolori, le eterne verità che il Padre rivela ai piccoli. Mostraci la forza del tuo manto protettore. Nel tuo Cuore Immacolato, sii il rifugio dei peccatori e la via che conduce fino a Dio. Unito ai miei fratelli, nella Fede, nella Speranza e nell'Amore, a Te mi affido. Unito ai miei fratelli, mediante Te, a Dio mi consacro, o Vergine del Rosario di Fatima. E infine, avvolto nella Luce che ci viene dalle tue mani, renderò gloria al Signore nei secoli dei secoli. Amen”.

Secondo l’omelia di Francesco Fatima diventa un mano di luce e speranza che avvolge le nostre vite, così come quel manto di luce ormai cento anni fa ha avvolto i tre pastorelli; da Fatima a qualsiasi altro luogo della Terra ci troviamo sotto la luce di Maria quando ci rifugiamo sotto la protezione della Vergine, una Madre a cui possiamo “aggrapparci” ogni giorno della nostra esistenza perché viviamo della speranza che poggia su Gesù: “Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”.

Don Pino Esposito

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Wed, 2 Aug 2017 16:43:56 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/677/1/la-missione-profetica-di-fatima-ed-il-viaggio-di-papa-francesco-in-portogallo donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Festeggiamenti in onore del Santo Patrono http://www.donpinoesposito.it/mc/676/1/festeggiamenti-in-onore-del-santo-patrono

Il programma religioso dei festeggiamenti in onore del Santo Patrono.

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Sun, 30 Jul 2017 11:05:48 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/676/1/festeggiamenti-in-onore-del-santo-patrono donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 23 Luglio http://www.donpinoesposito.it/mc/675/1/domenica-23-luglio

La prima lettura è tratta dal libro della Sapienza. Il contesto è dato dalla contemplazione dell’agire di Dio nella storia della salvezza, in modo particolare nell’esperienza della liberazione dall’Egitto. Gli eventi della Pasqua ebraica invitano Israele a imparare la logica di Dio che ha castigato sia gli Egiziani che i Cananei, in quanto peccatori. Ma il Suo castigo non era in vista della distruzione bensì della conversione. Se la pedagogia di Dio non ha funzionato è stato per la chiusura e la durezza del cuore dei nemici. Ci troviamo al vertice di questa amorosa contemplazione dell’agire di Dio che “giudica con mitezza e indulgenza” e che deve diventare norma per il credente, chiamato ad avere lo stesso atteggiamento di Dio nei confronti degli altri. Nello stesso tempo la possibilità del perdono che sgorga dal cuore di Dio è per gli uomini inesauribile “dolce speranza”, possibilità sempre nuova di ricominciare. Il Vangelo presenta la parabola della zizzania con quella del seme di senape e quella del lievito. Le ultime due sono collegate a quella più ampia della zizzania che fa da cornice alle due parabole stesse. Matteo rivolge questa parabola a ogni comunità credente chiamata a vivere la certezza che l’opera di Dio in Gesù si è definitivamente resa presente nella storia degli uomini. Quando la messe è matura spunta la zizzania; quando la salvezza è in azione, il male si fa strada. La tentazione più grande è quella di distruggere il male, ma Gesù dice: “No…, lasciate che l’una e l’altra crescano insieme…”.

La separazione tra ciò che è bene e male non appartiene al tempo degli uomini, ma al tempo di Dio. Il senso e il perché di tutto questo è rintracciabile nelle due parabole che sono al cuore della pericope: il seme di senapa e il lievito contengono in sé una potenza che diventa capace di proteggere, custodire, fermentare. La spiegazione della parabola della zizzania evidenzia come il Regno dei cieli, nell’attuale “già e non ancora”, è in continuo divenire fino al giorno del giudizio. L’oggi è il tempo della prova, della pazienza ma anche il tempo in cui si realizza la crescita e la trasformazione. La seconda lettura di Paolo diventa una parola di consolazione: in questa continua crescita del Regno i credenti non sono soli. Nella fatica della trasformazione, al gemito della creazione si unisce il gemito dello Spirito che aiuta a discernere nel cuore stesso dell’uomo i germi di bene, e intercede affinchè possano realizzarsi secondo il progetto di Dio.

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Sun, 23 Jul 2017 17:39:27 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/675/1/domenica-23-luglio donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Servire i poveri riprendendo l’esempio di Don Milani e Don Mazzolari http://www.donpinoesposito.it/mc/674/1/servire-i-poveri-riprendendo-l-esempio-di-don-milani-e-don-mazzolari

Altro appuntamento con la rubrica Don Pino Esposito Charitas

"Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia, e lo ripeto. Quando sono i volti di un clero non clericale, essi danno vita ad un vero e proprio "magistero dei parroci", che fa tanto bene a tutti”. Così si è espresso Papa Francesco nella sua visita storica, in forma privata e non ufficiale, sulle tombe di Don Primo Mazzolari e Don Lorenzo Milani (nella diocesi di Cremona e in quella di Firenze), i due parroci che “hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda” nella Chiesa Cattolica del passato secolo per “ridare la parola ai poveri.”

Don Mazzolari pensava a una Chiesa in uscita proponendo un esame di coscienza sui metodi dell'apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione, rifuggiva dall’idea di guardare il mondo esterno in modo distaccato e senza coinvolgimento. Non serve a niente criticare, descrivere con amarezza e superiorità i difetti del mondo se poi non ci si impegna anche a creare soluzioni, ad interagire ed agire affinché qualcosa cambi. Manca il più delle volte un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi del mondo ed il vero cristiano non è colui che si tira fuori e giudica, ma colui che in prima persona si mette a disposizione degli altri per aiutare e risolvere problemi con la forza dello Spirito. Questo era il messaggio di un prete come Don Primo Mazzolari, un messaggio dato attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa. In proposito, Francesco ha citato ancora Don Mazzolari: "Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l'aria del Povero, cioè di Gesù Cristo". E dalla "Via crucis del povero", ha letto una frase molto significativa: "Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno”.

Il Papa ha citato una frase della famosa "Lettera a una professoressa” scritta da Don Lorenzo Milani: "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è avarizia". "Questo - ha commentato - è un appello alla responsabilità". "Ridare ai poveri la parola - ha poi aggiunto - perché senza la parola non c'è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani”. La figura del priore di Barbiana ancora brucia, nonostante i numerosi tentativi di neutralizzare gli spigoli più aspri e contundenti della sua testimonianza. Il prete “trasparente e duro come un diamante” (secondo la definizione che ne diede don Raffaele Bensi) continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa , come ha affermato Papa Francesco, ed il suo gesto di inginocchiarsi alla povera tomba di questo prete così amato e contestato “non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa”.

Questi due parroci sono stati capaci di uscir dalle Chiese, così come Francesco più e più volte invita a fare oggi, per esprimere le loro idee e cercare un cambiamento concreto nella società: Don Mazzolari si oppose con decisione al fascismo, Don Milani si impegnò nell’educazione dei ragazzi e la scuola non era vissuta come una cosa diversa dalla sua missione di prete, ma come il modo concreto con cui svolgere quella missione. Entrambi lasciano una “traccia luminosa” del loro operato e del loro pensiero a distanza di anni dalla loro morte terrena. Questi sono due preti autentici, sono due modelli che nella debita forma possono essere riproposti anche alla Chiesa di oggi. Non bisogna fare proselitismo tra le genti, ma testimonianza attraverso le nostre azioni di ciò che il Vangelo insegna. Tanto è vero che lo stesso Francesco si è congedato dalla folla di fedeli a Barbiana con questa frase: “Pregate per me, affinché possa anche io seguire l’esempio di don Lorenzo Milani, di questo bravo prete”.

Don Pino Esposito

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Thu, 20 Jul 2017 23:09:26 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/674/1/servire-i-poveri-riprendendo-l-esempio-di-don-milani-e-don-mazzolari donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 16 luglio http://www.donpinoesposito.it/mc/673/1/domenica-16-luglio

Dopo il discorso della Montagna e quello della Comunità, il Discorso in parabole del capitolo XIII rappresenta il terzo polo strutturale del Vangelo secondo Matteo che può essere riassunto nello schema seguente: a) Parabola del seminatore; b) Lo scopo delle parabole; c) La spiegazione della parabola. L’insistenza di questa pericope ruota intorno al tema della “comprensione” della parola a partire dalla stupenda parabola del seminatore. Gesù è un predicatore affascinante per l’elementarietà dei simboli e dei riferimenti che utilizza, richiamando alla mente la semplicità della vita palestinese: uccelli, gigli, passeri, il sole e la pioggia, le nubi, la tempesta, il seme e la spiga, la vite e l’albero, il tarlo e la ruggine, le pecore e le volpi…

In fondo si può parlare di Dio soltanto in immagini: il cuore indurito non è in grado nemmeno di cogliere l’evidenza di questi simboli perché il maligno ne deturpa il senso e si porta via anche i germi…

Il senso del brano rivela che- nonostante le avversità, il terreno cattivo e le erbacce- il raccolto alla fine è abbondante là dove il seme è attecchito. Nonostante le difficoltà e la fragilità della predicazione, alla fine il regno di Dio si presenterà nella sua pienezza inaspettata. La comprensione piena di questa parabola avviene dopo la Pasqua: solo lo Spirito Santo insegnerà ai discepoli a riconoscere oltre il simbolo, la realtà. E’ un tema che ritroviamo anche nell’oracolo conclusivo del libro del secondo Isaia: la Parola di Dio è efficace e la sua forza fecondatrice è simile alla pioggia tanto attesa dal contadino palestinese, celebrata nel “canto del raccolto” che oggi cantiamo nel salmo responsoriale. Gesù spiega la parabola spostando l’accento da Dio all’uomo, dal seminatore e dal seme al terreno, dalla contemplazione all’impegno esistenziale. L’ascolto, la comprensione del messaggio evangelico esprime l’adesione, l’amore operoso, l’accettazione della Parola di Dio e del Regno con le sue esigenze. Anche l’intera creazione è evocata da San Paolo nella lettera ai romani offerta alla nostra meditazione: l’universo è la testimonianza immediata della tensione dell’essere intero verso il centro di tutto che è Dio. 

Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-23)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compia per loro la profezia di Isaia che dice: “Udrete, si, ma non comprenderete, guarderete, si, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano ed io li guarisca!”.

Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.

In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.

Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in se radici ed è incostante, sicchè, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno.

Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto.

Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”.

Don Pino Esposito

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Sat, 15 Jul 2017 16:31:44 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/673/1/domenica-16-luglio donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
La comunicazione come dono di Dio, per capire gli altri e noi stessi http://www.donpinoesposito.it/mc/672/1/la-comunicazione-come-dono-di-dio-per-capire-gli-altri-e-noi-stessi

Don Pino Esposito Charitas

"Non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno - ha detto Papa Francesco - ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione. Le reti sociali sono capaci di favorire le relazioni e di promuovere il bene della società ma possono anche condurre ad un’ulteriore polarizzazione e divisione tra le persone e i gruppi".

Immagino spesso i tanti cambiamenti che le nuove tecnologie, ogni giorno sempre di più, stanno portando ai nostri modi di vivere e di metterci in relazione con i nostri simili. Noto atteggiamenti e diversità nei giovani, e non solo ormai, che sono intorno a noi e che vivono a volte con più attenzione la loro vita “virtuale” rispetto a quella reale che passa loro accanto. Nel quadro dell’ultima cena di Leonardo Da Vinci si può notare la vivacità, la dinamicità, il movimento di quei discepoli che con forza e vigore trascorrevano insieme un momento fondamentale della giornata come quello della cena, momento unico per conversare su quello che si era vissuto durante la giornata e condividerlo con gli altri in una comunione di interessi ed intenti. Cosa ne rimarrebbe di un momento così importante oggi non lo so, sarebbero forse i discepoli chiusi nelle loro vite virtuali magari aggiornando i vari profili dei loro social invece di vivere con pienezza la presenza di Gesù in mezzo a loro. Ieri come oggi la forza e la necessità della conversazione erano fondamentali per ogni atto: erano i discepoli che nelle piazze parlavano alla popolazione, era Gesù che predicava in mezzo alle genti. L’avvento dell’era digitale ha amplificato tutto questo poiché ha reso estremamente più semplice e veloce poter condividere i propri pensieri con il mondo. L’account twitter del Papa è uno dei più diffusi al mondo con cui, tra tanti altri mezzi di comunicazione, il santo Papa lancia pensieri e riflessioni sulla religione e l’attualità. Utile, indispensabile, ma non basta. Tempo fa sul suo profilo è apparsa questa riflessione: “Non sottovalutiamo il valore dell'esempio perché ha più forza di mille parole, di migliaia di “likes” o retweets, di mille video su Youtube”.

Gli esperti di comunicazione cominciano a rendersi conto, con preoccupazione, che quando parliamo con qualcuno tramite strumenti digitali (cellulare, mail, social) è come se ci mantenessimo a distanza di sicurezza, senza coinvolgere fino in fondo il nostro intimo. Come se recitassimo, controllando come ci presentiamo, cosa diciamo, le emozioni che mostriamo. A volte, per risolvere i problemi tra le persone, invece, può essere utile confrontarsi guardandosi faccia a faccia. Una conversazione reale è ricca, viva, caotica, esigente, imprevedibile, piena di segnali non verbali fortemente emotivi: il viso, gli occhi, la voce, il linguaggio del corpo, tutto esprime qualcosa. E così quando il digitale prende il sopravvento sulla realtà la vita si impoverisce, non riusciamo più a capire gli altri, si equivocano le intenzioni e il significato dei messaggi, ci si allontana dall’intimità. Diventiamo frammentati, superficiali ed ansiosi senza un continuo stimolo online, difficile così stabilire un contatto di sguardi, capire veramente gli altri, andare in profondità. Ma il virtuale non rappresenta mai totalmente il reale. Importante è invece non perdere quell’empatia, cioè la capacità di intuire le intenzioni dell’altro, che tra le tante caratteristiche ci qualifica come essere umani.

A conclusione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali nel 2014 il Papa scriveva: Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio. Esistono però aspetti problematici: la velocità dell'informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un'espressione di sé misurata e corretta. […] L'ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino. […] Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica”. A differenza di quello che credono molti i social non sono un mondo virtuale o uno spazio a sé, ma un'occasione di relazione. Dopotutto “Le meraviglie della moderna tecnologia sono un dono di Dio, che comporta una grande responsabilità”, ogni giorno quando usiamo queste meraviglie tecniche siamo noi che dobbiamo scegliere se farlo per avvicinarci agli altri o per allontanarci dal prossimo

Don Pino Esposito

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Tue, 11 Jul 2017 19:31:23 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/672/1/la-comunicazione-come-dono-di-dio-per-capire-gli-altri-e-noi-stessi donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Ripartire dall’umanità per realizzare il nostro “sviluppo umano integrale” http://www.donpinoesposito.it/mc/671/1/ripartire-dall-umanita-per-realizzare-il-nostro-&8220sviluppo-umano-integrale&8221

Don Pino Esposito Charitas - E' una rubrica nata per vivere la propria cristianità tutti i giorni, con umanità ed attenzione ai valori.

Ripartire dall’umanità occupandosi di migranti, di bisognosi, ammalati ed esclusi, di emarginati e vittime dei conflitti armati, di carcerati, disoccupati e di quanti hanno subito una qualche forma di schiavitù e tortura o la cui dignità è a rischio. Questi sono i compiti principali del nuovo dicastero voluto da una precisa volontà di Papa Francesco con l’obiettivo di costruire, a partire dalla Chiesa, percorsi altrettanto nuovi ed inediti di misericordia. “Sviluppo Umano Integrale” è il nome di tale Dicastero, istituito il 17 agosto 2016 ed entrato in funzione il primo gennaio 2017 sotto la guida del cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson. Lecito è domandarsi quale sia stata la necessità per il Papa e la Chiesa di creare un nuovo Dicastero, e la risposta è giunta proprio dal Santo Padre che ha voluto così razionalizzare le energie della Curia (facendo confluire quattro differenti pontifici consigli, ossia Giustizia e Pace, Cor Unum, Pastorale migranti e Operatori Sanitari) e mostrare che tanti ambiti fino ad ora divisi fanno parte alla fine dello stesso essere umano, da questo la visione integrale dell’uomo. E nonostante lo sviluppo integrale, alle soglie del terzo millennio, possa essere già riconosciuto da molti è un obiettivo ancora difficile da raggiungere. La Chiesa ci indica da sempre questo percorso, questa linea da seguire, come fosse una stella da raggiungere, ma sta a noi, non senza difficoltà nella vita di ogni giorno, determinare il nostro cammino, tendere a quella direzione cercando di non perderci davanti alle difficoltà del nostro viaggio, il nostro è un percorso intellettuale, non solo morale, verso la più profonda realizzazione di noi stessi e del progetto che Dio ha scelto per noi. Sviluppare il nostro io, riprendendo uno dei termini del nuovo dicastero, è aprirsi ad una crescita complessiva che sia fisica, spirituale, morale ed intellettuale e non tralasci nessuna di queste caratteristiche. Allo stesso tempo il messaggio di Dio è rivolto verso tutti, ogni uomo è il giusto destinatario, senza differenze alcune di religione o inclinazioni. Senza distinzioni e senza discriminazioni, siamo tutto figli di uno stesso Dio e tra figli non deve esistere alcuna gerarchia.

“In tutto il suo essere e il suo agire – scrive il Papa nel Motu Proprio Humanam progressionem- la Chiesa è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato”.

Di fronte al fenomeno dei migranti, con cui nel nuovo Dicastero si troverà ad interagire in prima persona, ad tempus, direttamente Papa Francesco, il Pontefice ha parlato della “fantasia della misericordia” ossia una creatività morale ed intellettuale, nonché politica, in cui la misericordia, vissuta come un’espressione di solidarietà, supera l’esclusione ed accetta l’inclusione forte del fatto che proprio la globalizzazione è stata la prima (tra tanti altri fenomeni) ad introdurre il movimento dei popoli. Non ci sono scontri di civiltà, nemmeno scontri di religioni, la sfida però è trovare il giusto equilibrio tra le varie forze in campo non dimenticando che l’odierna crisi è prima di tutto culturale e poi economica e finanziaria.

Ed una crisi così radicata rischia di trasformarsi in un cancro che si attacca al territorio e ai cittadini specie quando cresce nel tessuto sociale il fenomeno della corruzione che tanto è sentito e combattuto nelle parole del Santo Padre: la corruzione come fatto giuridico si accompagna, infatti, al deterioramento culturale di questo nostro cambiamento d’epoca. Proprio per questo la necessità più sentita è quella di un cambiamento radicale di mentalità e cultura cercando di trovare alternative alla corruzione, ponendo fiducia nella possibilità di cambiamento e miglioramento della nostra società spesso inquinata dal male. Al centro di una condivisa azione politica, economica, produttiva e culturale deve tornare ad esserci proprio l’integrità dell’essere umano. Occorre su questo aspetto aprirsi, quindi, ad una nuova mentalità in vista di un rinnovamento della cittadinanza secondo nuovi e condivisi criteri di giustizia e libertà.

Ciascuno di noi può contribuire a realizzare il proprio “sviluppo umano integrale” partendo proprio, nulla di impossibile, dal rispetto della dignità delle persone. Essere coerenti con ciò che si dice e ciò che si fa è già un buon punto di partenza, anche se vediamo ogni giorno quanto invece prevalga la società dell’immagine dove quello che conta sono solo le cose che mostriamo e diciamo anche quando poi non riusciamo a trasformar in realtà le nostre idee. Si potrebbe cominciar a cambiare e crescere anche da questo. 

Don Pino Esposito

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Wed, 5 Jul 2017 18:57:28 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/671/1/ripartire-dall-umanita-per-realizzare-il-nostro-&8220sviluppo-umano-integrale&8221 donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Domenica 2 Luglio http://www.donpinoesposito.it/mc/670/1/domenica-2-luglio

Il profeta Eliseo è accolto da una donna ricca perché è un uomo di Dio e merita rispetto ed aiuto. La generosità dei suoi ospiti viene premiata dal profeta, che porta con sé i doni di Dio.

Nella seconda parte della lettura evangelica, Gesù promette adeguata ricompensa a chi accoglie i suoi apostoli, che rappresentano lui, inviato dal Padre e quindi accogliendo Cristo aprono la porta al Padre celeste. La legge dell’ospitalità era sacra nel mondo antico, ma Gesù stabilisce un principio nuovo, inserendola nel clima del Vangelo. Non si tratta di compiere un dovere di buon’educazione, ma di esprimere la fede, affinchè la ricompensa non sia espressione di gratitudine a Dio.

Nella prima parte, Gesù esige di essere amato prima e più degli altri; il credente non può dimenticare che Gesù è Dio e l’amore di Dio non può subire alcuna concorrenza; ma è proprio questo amore che dà senso e valore ad ogni altro amore, rafforzandolo e impreziosendolo.

Chi riceve il battesimo, che in antico veniva dato immergendo il catecumeno nell’acqua e come sepolto con Cristo e con lui, morto per il peccato, muore al peccato; sorgendo dall’acqua a una vita nuova. Per conseguenza, il cristiano non deve vivere per il peccato ma per la vita ricevuta da Dio in Cristo.

Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.

Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Don Pino Esposito

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Sun, 2 Jul 2017 09:19:14 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/670/1/domenica-2-luglio donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Santi Pietro e Paolo http://www.donpinoesposito.it/mc/669/1/santi-pietro-e-paolo

La preghiera insistente della Chiesa in favore di Pietro sottolinea la condizione umanamente disperata in cui questi si trova. E Dio risponde “Strappandolo” dalle mani di Erode. La liberazione di Pietro avviene durante la notte, in un contesto che richiama la Pasqua e suggerisce l’idea che Luca abbia presentato la liberazione di Pietro come attualizzazione della liberazione dall’Egitto, il momento privilegiato degli interventi di Dio. Analoga situazione nella seconda lettura, in cui Paolo si trova alla vigilia del martirio. La morte dell’apostolo è il gesto estremo della sua donazione, della sequela. Paolo parla come il giusto fedele dei salmi, come colui che attende la sua salvezza definitiva dal Signore. Per questo può cantare già ora l’inno di lode al quale l’assemblea è invitata ad associarsi, pronunciando il suo assenso. Entrambe gli apostoli si riferiscono sulla Scrittura per dare un senso alla difficile situazione in cui versano. La Scrittura è la chiave ermeneutica che consente di affrontare il presente nella sua drammaticità, continuando a confessare la propria fede in Dio. La confessione della fede è il tema del Vangelo. L’episodio di Cesarea di Filippo rappresenta una delle grandi scelte di Matteo. Gesù pone ai discepoli la domanda decisiva, rispondendo alla quale Pietro confessa esplicitamente la dignità messianica del Maestro. Confessando l’identità di Gesù, Pietro riceve anche la propria in tre metafore: la roccia, le chiavi, legare e sciogliere. Pietro è la roccia che tiene salda la Chiesa, è il punto di unità attorno al quale si forma l’unità della comunità. Dare le chiavi significa affidare un’autorità, idea ribadita nella terza metafora. Legare e sciogliere ha il senso di proibire e permettere. Il testo attribuisce a Pietro prerogative che altrove nella Scrittura sono attribuite al Messia: come per dire che l’autorità di Pietro è vicaria. Pietro rappresenta il Cristo, confessando di essere un uomo fragile, come tutto il racconto mostra chiaramente, che però fa spazio dentro di sè al dono di Dio al quale corrisponderà fino all’effusione del sangue, identificandosi così con il destino del Signore. 

Don Pino Esposito

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Thu, 29 Jun 2017 11:24:54 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/669/1/santi-pietro-e-paolo donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)
Mens sana in corpore sano, quando ad allenarsi non è solo il corpo ma la fede. http://www.donpinoesposito.it/mc/668/1/mens-sana-in-corpore-sano-quando-ad-allenarsi-non-e-solo-il-corpo-ma-la-fede

Nella rubrica Don Pino Esposito Charitas, oggi vi parlerò di “allenamenti”: conosco tantissimi ragazzi e giovani uomini che dedicano molte ore al giorno alla palestra per irrobustire e fortificare il loro corpo, e fanno bene perché giustamente gli antichi romani dicevano: “Mens sana in corpore sano”, però questo mi ha portato a riflettere sul fatto che occorrerebbe dedicare altrettanta cura alla nostra parte spirituale, anche per l’anima servirebbe un “allenamento” quotidiano che, invece, spesso è trascurato o riservato, quando va bene, alla Messa domenicale. Conosco, però, tante persone, di molte sono anche amico, che effettuano un allenamento più che quotidiano, si può dire in ogni ora del giorno. Usando i moderni mezzi tecnologici hanno inventato un metodo molto efficace. Al mattino uno invia ad un altro una piccola frase tratta dal Vangelo, questa diventa un passaparola che in breve raggiunge tutto il gruppo e costituisce per tutti il punto fermo su cui basare la giornata, vivendo ogni attività, ogni esperienza, ogni incontro alla luce di quella frase. Qualche esempio di passaparola dei giorni scorsi?

“Essere nell’amore ogni attimo”, “condividere il dolore di chi ti sta accanto”, “perdonare senza stancarci”, “amare con coraggio”, “puntare a ciò che unisce”, “valorizzare il pensiero del prossimo”… insomma sono degli esercizi che eseguiti con costanza hanno effetto benefico sull’anima di chi li esegue e su chi sta accanto. Certo non è sempre facile metterli in pratica, ma anche quando non ci si riesce perfettamente si ha la certezza di poter subito ricominciare sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Questo gruppetto di miei amici si aiuta anche con la preghiera reciproca, con il consiglio, con la condivisione di esperienze in un cammino di santità comunitaria. Le esperienze vissute vanno dalle più semplici, quasi banali, alle prove affrontate con amore verso Gesù. Un esempio: questo messaggio mi è stato inviato da una signora che poche ore dopo avrebbe dovuto subire un delicato intervento chirurgico: “Il passaparola oggi voglio viverlo cercando di trasmettere la gioia che ho nel cuore a chi incontrerò, è vedere ogni fratello come dono, restiamo uniti in Dio amore” e qualche giorno dopo “Sto bene, è andata bene, le preghiere sono arrivate tutte!” ed infine “Un saluto grande, sono a casa, grazie per tutte le preghiere, questa esperienza, seppure tosta, l’ho vissuta trasmettendo la gioia di ciò che stavo vivendo, lasciando sorpresi medico e staff quando ho loro augurato buon lavoro prima di essere anestetizzata, sono venuta via dall’ospedale ringraziando tutti per l’affetto ricevuto e grazie per il sostegno! vi voglio bene!” Sono o non sono questi esercizi rinforzanti?

Un pò di questi fanno crescere altro che i “muscoli”. Un’altra esperienza forte è quella di Paolo che ha confidato: “Da quando mia moglie Luisa ha l’alzheimer riesco a non disperarmi grazie ad una forza che non vien da me. Per dedicarmi a lei ho anche lasciato il lavoro in anticipo. Ormai la sostituisco in tutte le faccende di casa. E quante cose sto imparando, cose di cui non mi ero mai reso conto in tanti anni di matrimonio! mettermi nei suoi panni mi fa scoprire nuove possibilità di servizio, delicatezze d’amore insospettate. Lei ormai non si rende conto più di niente. Sembra appartenere ad un altro mondo verso il quale cerco di gettare un ponte. Quanto coraggio mi danno ora le parole del patto matrimoniale << nella salute e nella malattia >>, a volte, lotto, con Dio, discuto con lui. Vorrei capire il perché di tutto questo. A volte, invece, mi pare di capire meglio la Madonna nel suo essere anch’io, in un certo modo, madre che tutto crede, sopporta e spera.”

Ed, infine, l’esperienza di Anna: “Il mio cammino di fede si è riavviato in seguito alla grave malattia di mio padre da lui affrontata con tanta serenità e fede; più volte ha chiesto di ricevere l’unzione degli infermi. Questa sua forza mi ha spinta a cercare un rapporto nuovo con Dio, rendendo ogni giorno speciale. Oggi cerco di amare nell’attimo presente avendo come riferimento la Parola del Vangelo. Non da sola, ma in comunione con altri fratelli. Quando capita di condividere le nostre esperienze o preghiamo insieme, mi sento capace di fare cose che in passato mi riuscivano difficili se non impossibili: per esempio, perdonare. Si perché, sentendomi amata da Dio e perdonata io stesso, trovo la spinta a fare altrettanto con chi mi ha fatto un torto. Solo ora capisco cosa intendeva dire Gesù quando affermava << Quando due o più sono uniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro >>.”

Che ve ne pare, allora, di questa palestra per l’anima?

Don Pino Esposito

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Wed, 28 Jun 2017 19:24:43 +0000 http://www.donpinoesposito.it/mc/668/1/mens-sana-in-corpore-sano-quando-ad-allenarsi-non-e-solo-il-corpo-ma-la-fede donpinoesposito@donpinoesposito.it (Don Pino Esposito)