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Fabio Chigi (1651-1655)

La felice longevità di Innocento X, deceduto alla veneranda età di ottantuno anni, fece sì che il pontefice dei Pamphili sopravvisse al suo Segretario di Stato e ebbe modo di conoscerne un secondo, nominato, dopo la morte del povero Panciroli. All’uomo dalle umili origini sarebbe infine succeduto un uomo destinato ad un grandioso avvenire.

Il secondo Segretario del pontificato dei Pamphili fu Fabio Chigi, eletto dopo un breve intermezzo di alcuni mesi, dopo la morte di Pancioli, alla fine del 1651. Si doveva dare il tempo al Chigi, il quale era in quel momento assente ed era stato però designato, di recarsi a Roma. Nel frattempo fu necessario provvedere ad una carica pro interim  di un sostituto, che fu scelto nella persona del cardinale Azzolino il Giovane, figlio di Azzolino Seniore il quale, a suo tempo, sotto il pontificato di Sisto V, era stato tra i primi Segretari di Stato pontificio nel triennio tra il 1585 ed il 1587. Come il padre – diciamolo subito, per poi tornare a dirlo con maggiori dettagli in un successivo capitolo – anche il figlio Azzolino sarà Segretario, ora in attesa dell’arrivo di Chigi, poi anni dopo. Torneremo a parlare di questa famiglia di Segretari e in particolare di Azzolino il Giovane che aveva assistito Panciroli nella sua difficoltosa attività al Segretariato.

Non sono certo questi dettagli burocratici, né queste date a spiegare e a indicare la componente più grandiosa di questi uomini di Chiesa. Anche i dettagli, tuttavia, a fronte dei grandi eventi e non solo quelli esteriori ma quelli più intimi, sono e restano utilissimi per capire l’intreccio all’interno del quale Fabio Chigi si fece avanti a Roma; nonché, in particolar modo, per comprendere la forte responsabilità che questi uomini di Chiesa e di fede avvertivano sostenendosi l’un l’altro nel redimere un istituto, quello della Segreteria, che aveva vissuto sotto Panciroli, nonostante la sua grandezza,  un grave momento di crisi.

Non si deve dimenticare, facendo questi nomi, di Chigi e di Azzolino, ricordando e valutando questi intrecci, che entrambi faranno parte del cosiddetto “Squadrone volante”, del gruppo di cardinali istituiti e riuniti nell’intento di creare una fazione interna alla Chiesa, denominata anche “Fazione di Dio”, indipendente, slegata dalle grandi potenza europee, dalle corone e dalle famiglie incoronate. Lo Squadrone volante sarebbe sceso a redimere il pontificato rendendolo autonomo come deve essere il potere spirituale da quello temporale. Lo Squadrone avrebbe ispirato i conclavi e fatto eleggere papi – così fu già con Fabio Chigi – per il migliore avvenire della Chiesa a difesa del suo ruolo sacerdotale e non meramente politico. Questo squadrone nacque all’interno della Segreteria di Stato e vide definirsi, in Chigi e Azzolino, quelli che possiamo chiamare i segretari “volanti”. Dopo la nomina a Segretario, Chigi ricevette la porpora cardinalizia e da lì crebbe la sua capacità di fare del bene alla Chiesa e la sua abilità a ritrovare lo spirito di rinnovamento di cui il cattolicesimo romano da sempre si è fatto promotore.

Un prezioso quadro d’epoca ritrae il momento solenne nel quale Innocenzo X conferiva il cappello cardinalizio a Fabio Chigi. Il dipinto, eseguito dal pittore romano Pier Leone Ghezzi, ritrasse la scena qualche tempo dopo la morte di Chigi, così da immortalare il gesto solenne che avrebbe legato il pontefice al suo Segretario e successore.

 

Pier Leone Ghezzi, Innocenzo X conferisce il cappello cardinalizio a Fabio Chigi – (Dipinto, 1724-1725, Museo di Roma)

 

Il dipinto ritrae la scena non senza ammiccamenti e segni parodistici, come era tipico dello stile artistico di Ghezzi, avvezzo ai ritratti caricaturali, mostrando in maniera assai scenografica i cardinali in parte assorti, in parte distratti a discutere tra loro, segno di una chiesa scissa al suo interno, mentre il pontefice compiva il suo gesto sacramentale. Si tratta di un dipinto di eccezionale valore che fissa nella pittura il suggello della nomina di Chigi a Segretario di Stato.

Ciò che va colto e sottolineato, al di là delle immagini, è come la Segreteria si facesse a quel punto luogo iniziatico per un’elevazione spirituale dei cardinali tutti. Da semplice ufficio amministrativo, si rivelava esempio di redenzione della Chiesa. Nella funzione del Segretario, in effetti, non solo si sovrintendeva agli affari ecclesiastici sorreggendo il Santo Padre, ma se ne intendeva lo spirito più autentico e cristiano. Sorreggere il pontefice era esso stesso un atto di elevazione che trasformava nell’intimo quegli uomini chiamati a quello scopo a farsi Pastori tra i fedeli.

Chigi ebbe il compito di sorreggere l’anziano e malato pontefice dei Pamphili nei suoi ultimi 5 anni di vita, destreggiandosi tra i famigliari del papa e facendosi carico di responsabilità che dai cardinali nipoti passarono nelle sue mani. Da un lato la sua grande esperienza, precedente la Segreteria, come nunzio in Germania, coinvolto nelle trattative per l’epocale pace cosiddetta di Vestfalia, che metteva fine alla Guerra dei Trent’anni, nonché nei preliminari di pace tra la Francia e la Spagna, dall’altro – dopo 12 anni di viaggi diplomatici – la designazione a successore di Panciroli a Roma, infine l’appartenenza ad un’eminente casata aristocratica il cui prestigio brillava sin dal XII secolo, i Chigi, ne fecero un uomo di Chiesa dalle evidenti abilità, la cui nomina a pontefice non poté che essere salutata con gioia  e speranza.

Quando fu incaricato di sovrintendere agli affari della Chiesa come Segretario, prima ancora che come pontefice, la fama di Chigi era cristallina. Chantelauze, un francese residente a Roma, ne parlò come di un «personaggio dal carattere discreto, saggio, spirituale e privo di viziose ambizioni»[1]. Nonostante l’indiscussa fama, non mancarono intrighi votati a impedirne la venuta a Roma, ma anche non mancò la fiducia e l’autorità di Innocenzo X che volle, tra mille pareri e consigli discordanti degli uomini a lui più vicini, dargli dimora in Vaticano.

L’atteggiamento che Fabio Chigi ebbe sin dall’inizio, al momento di accettare l’ambìto incarico nella Segreteria, fu quello di temerlo. Gli storici narrano che egli avrebbe dichiarato ad un suo amico, poco prima della nomina, che se avesse potuto egli vi avrebbe rinunciato, temendo quegli onori che gli venivano dati, tanto quanto le responsabilità che essi avrebbero comportato[2].

D’altronde, sin dall’inizio, la disposizione d’animo di Chigi, lungi dall’essere meramente accondiscendente, fu scrupolosa e premurosa. Egli dichiarò, appena divenuto Segretario, che era sua intenzione gestire gli affari temporali della Chiesa, e non quelli di una «famiglia»[3]. Nel suo intento, egli riuscì soltanto in parte, arrivando solo a momenti a scardinare il sistema parentale che ormai si era consolidato, in particolare intorno alla cognata del Papa, Olimpia, la “papessa” – come già abbiamo avuto modo di dire, ricordandone lo stravagante eppure eloquente nomignolo popolano che gli venne attribuito. Avvenne così, per esempio, che alcuni cardinali venissero nominati senza che il Segretario ne avesse notizia[4].

Un dettaglio macabro e triste può più di tutti descrivere la Chiesa dell’epoca di Olimpia, alla quale sia Panciroli sia Chigi tentarono di contrapporsi. Questo dettaglio si trova nelle cronache della morte del grande papa Innocenzo X. Si narra che donna Olimpia si rifiutò di pagare e di interessarsi affinché le spoglie del Santo Padre fossero deposte, come era usanza, in un sarcofago di legno e di bronzo. Il corpo mortale del pontefice rimase così senza protezioni, all’umido di una sagrestia, soggetto ad un precoce e irriverente decomponimento. Lo storico Pallavicino, che narra i dettagli della triste vicenda, commenta ammonendo i papi e invitandoli a riflettere sulla «gratitudine che possono attendersi da partenti»[5]

Ecco, Chigi, che entrava nella Segreteria non per via consanguinea ma per capacità diplomatiche e valore spirituale rappresentò, in quel momento, la speranza di un’altra Chiesa. Fabio Chigi rappresentò allora un figura di rinnovamento in un percorso che avrebbe segnato così profondamente la Roma vaticana da vedere realizzarsi ciò che mai in precedenza si era verificato.

 

Diciamo finalmente della sorte straordinaria che ebbe Fabio Chigi e della novità grandissima del ruolo del Segretario di Stato, poiché Chigi, a differenza dei due Segretari precedenti, Magalotti e Panciroli, che morirono entrambi in disgrazia, conobbe invece il massimo degli onori. Fabio Chigi è appunto eletto papa, all’età di 56 anni, quindi giovane, con il nome di Alessandro VII, nel conclave del 1655.

Da alcune cronache dell’epoca, si ricava la volontà generale della Chiesa, condivisa sai dai fedeli sia dagli alti prelati, di mettere fine al nepotismo e con ciò al controllo che le grandi famiglie esercitavano per via consanguinea sulle massime cariche della religione cattolica. Si trattava a quel punto di guardare a un uomo nuovo, di altro tipo che, non per la sua discendenza, ma per le prospettive che avrebbe aperto, si sarebbe rivelata la giusta guida. Si narra come, nel corso del conclave, il cardinale Pietro Ottoboni, il futuro papa Alessandro VIII, si fece portavoce di questo desiderio di rinnovamento, esclamando con voce forte in mezzo ai cardinali riunitisi: «questa volta dobbiamo ambire ad un uomo onesto!». A questa esclamazione, il card. Azzolino, che già aveva sorretto Chigi all’interno della Segreteria e che assieme a lui componeva la cosiddetta “Fazione di Dio”, rispose davanti a tutti: «Se è un uomo onesto che volete, lì ve n’è uno» indicando e quindi raccomandando il cardinale Fabio Chigi[6].

La nomina a pontefice del Segretario di Stato fu epocale. Era la prima volta che un Segretario diventata papa. Egli poteva beneficiare dell’esperienza di chi come nessun’altro si era tenuto vicino al pontefice, lo aveva sorretto negli affari ecclesiastici, non per diritto di sangue, ma per virtù spirituali e diplomatiche. Come spesso accade per i grandi eventi, ciò avvenne in maniera assai complessa che certamente non si esaurisce nel plateale gesto, seppur significativo, fatto da Azzolino per favorire e far capire il valore di Fabio Chigi davanti a tutti i cardinali chiamati a designare il nuovo vicario di Cristo.

La nomina non fu affatto semplice. Furono necessari ottanta giorni di conclave, quasi tre mesi di scrutini, di mattina e di sera, per riuscire nell’elezione, che ebbe luogo il 7 aprile, inaspettatamente quando, arrivato a quel punto, si temeva persino un prolungamento del conclave di un altro mese ancora. L’elezione fu talmente improvvisa, da cogliere Fabio Chigi impreparato.

La storia di quei giorni febbrili è stata ricostruita con notizie di incredibile dettaglio. La mattina del giorno dell’elezione, Chigi era andato a ufficiare la Santa Messa, come un prete tra i preti. La sua mente era altrove, a tal punto da non aver neanche pensato al nome da assumere quale nuovo papa, Alessandro VII, nel caso Dio per voce dei cardinali lo avesse voluto a capo della sua Chiesa[7].

Gregorio Leti, uno storico e letterato del Seicento, ha ricostruito in dettaglio le vicende del complicato e interminabile conclave, pubblicandone un prezioso e documentatissimo opuscolo nel 1664, dal titolo forse non originale ma chiaro ed eloquente Conclave nel quale fu eletto Fabio Chigi detto Alessandro VII[8]. Nell’opuscolo sono trascritti gli episodi di quei lunghi tre mesi che videro il Segretario di Stato pontificio tra i cardinali eleggibili.

Una pagina più di tutte rende in pieno l’aspetto umano di quel momento, le sensazioni intime di quegli istanti quando Fabio Chigi da Segretario era elevato a pontefice. È il momento dell’elezione, dopo tanto tribolare, che finalmente indicava a tutti il nuovo papa.

La ricostruzione di quell’epocale avvenimento è ricostruita con particolare capacità stilistica da Leti. Merita di essere trascritto qui almeno un brano del suddetto opuscolo e riletto insieme, per rivivere quei momenti come se fossimo anche noi lì ad assistervi:

 

Usciti di scrutinio parevano uno sciame d’Api i Cardinali, era universale il sussurro, e stettero poco ad andare alla cella di Chigi a congratularsi con lui. Egli da principio pianse, tenendo a gli occhi la mano, e dopo fattosi animo, ringraziava tutti del loro buon affetto, usando le dimostrazioni in un simile avvenimento. La notte parve più  lunga del solito, stante il desiderio ch’avevano tutti di terminare il conclave con un’elezione così santa e onorata […] perché alla fine lo Spirito Santo è padrone del tutto, e maneggia a Suo talento gli affari umani, ma più che ogni altro luogo ciò succede in Conclave[9].

 

Fabio Chigi diventa il «Nocchiero abile»[10] nelle intemperie della Chiesa dell’epoca.

Il racconto redatto da Leti insiste su questa idea di un’elezione avvenuta per intervento dello Spirito Santo, poiché Chigi – così narra lo storico del conclave, ricostruendo anche questo significativo particolare – non sarebbe stato attivo nelle contrattazioni tra i cardinali nel corso del conclave. È registrato, anzi, che Chigi rimase per l’intero periodo prevalentemente chiuso nella sua cella. Quindi questa fu un’elezione nata nella preghiera.

 

Non è questo il luogo per ricostruire, neanche sommariamente, le imprese e i successi del complesso e attivissimo pontificato di Alessandro VII. Soltanto due saranno qui le iniziative che ci piace scegliere, tra le numerosissime che affollano quegli anni, quindi due ne indicheremo e ricorderemo tra tutte, pena tralasciare eventi fondamentali per l’Europa cattolica dell’epoca e per il mondo missionario. Questa scelta così selettiva è tuttavia pertinente al nostro proposito, poiché questa nostra storia dei Segretari di Stato pontificio – lo abbiamo detto e lo ripetiamo – non intende istruire alla cronaca dei fatti, ma alla vita dello spirito.

Entrambe le iniziative che qui scegliamo di indicare, in questo racconto della personalità spirituale del segretario divenuto papa, hanno in comune l’idea del bisogno umano di invocare una forza divina che scenda tra noi e ci salvi, che scenda tra gli uomini a guidarli, come un pastore che conduce il proprio gregge. Ciò si basa anche sull’idea che il gregge da solo non può che smarrirsi e dividersi, per quanto determinato e abile sia a trovare il suo percorso. In ciò si rileva innanzitutto il richiamo di Chigi ad una Chiesa spirituale.

La prima iniziativa alla quale vogliamo fare riferimento, che imprime nel corso dell’intero pontificato di Alessandro VII, a più riprese, una spinta mistica, si trova nei continui giubilei che egli volle indire. Nell’anno stesso della sua elezione, mentre l’abito da segretario era stato appena riposto, il giovane pontefice volle subito annunciare un giubileo universale, cosiddetto “per un saggio governo”. Questo giubileo venne indetto tramite la costituzione apostolica Unigenitus del 14 maggio, quindi redatta a meno di un mese dalla sua elezione pontificia. L’anno ancora a seguire Alessandro VII ne promulgò un secondo, con la costituzione E Suprema nella quale egli implorava il divino soccorso nella difficile sua epoca. Con lo stesso fine e la medesima santa implorazione il pontefice intimò un altro giubileo per l’anno 1663. È da ricordare inoltre la pubblicazione di altri giubilei, negli anni Sessanta del Seicento, per ricevere un aiuto celeste contro i Turchi[11].

Siamo qui di fronte ad un Papa implorante l’aiuto divino, che avverte il bisogno spirituale negli affari ecclesiastici interni ed ecumenici. Ecco in Alessandro VII non solo l’esperto diplomatico, lungamente esercitatosi nelle vesti di segretario, ma il Santo Padre che avverte il ruolo sacerdotale della sua missione in terra. Egli è qui, tra gli uomini, non solo per gestire e amministrare, come farebbe un semplice segretario, ma per invocare il divino. Più che segretario, egli è un pastore che al di là degli aspetti temporali, di cui egli certamente ebbe cura, avverte la prospettiva spirituale del suo mandato.

Dalle gesta compiute come pontefice si può ricostruire il carattere che ebbe come segretario, rilevando come per lui la diplomazia pura non ebbe mai veramente senso se non soccorsa dall’aiuto divino, dal sacro che si riversa nel profano e che lo illumina di una luce santa. Da ciò emerge il cuore eminentemente sacerdotale di Fabio Chigi il quale, avviato alle attività di segreteria e di diplomazia, dopo averle svolte con spirito di fede, procede nel pontificato stesso, con il quale il suo appello allo Spirito Santo si fa sentire forte ed è rivolto a tutte le genti.

La seconda iniziativa che ci preme ricordare, in questo piccolo squarcio della vita di un grande uomo, quale fu Chigi, sono alcune disposizioni in prese fatto di materia liturgica. Potranno sembrare un fatto minore, eppure ci sembrano significative non solo per i valori teologico-morali che esse implicarono e richiamarono  nella disciplina dei riti cattolici, ma anche per l’attenzione che con esse si prestò fermamente alla questione della conversione. La medesima questione si ritrova anche nella pratica ripetuta dei giubilei, i quali rappresentano precisamente un anno di conversione e di penitenza sacramentale. Ecco perché trattiamo insieme l’attività giubilare con quella liturgica, perché l’una è legata all’altra e accomunata da una medesima invocazione dell’aiuto divino.

Più precisamente, Alessandro VII intervenne nel dibattito che in seno alla Chiesa si stava animando sulla maniera di intendere il pentimento. Vi era una corrente teologica, diffusa negli ambienti ecclesiastici cattolici, secondo la quale il pentimento da solo poteva consentire in qualche misura il perdono, l’indulgenza plenaria. Sarebbe stato quindi possibile, teologicamente parlando, che i peccati venissero cancellati nel momento in cui il peccatore si fosse pentito, profondamente e in coscienza. L’attrizione, ossia il dolore per il peccato commesso e il valore del castigo meritato che grava sull’anima penitente, era uno dei problemi discussi, se essa fosse sufficiente a determinare l’assoluzione o manchevole. 

L’intervento di Alessandro VII fu determinante nel dichiarare e ribadire l’insufficienza dell’attrizione e la necessità, per il perdono, del sacramento della confessione. Con la riforma della teologia morale, sotto il nuovo pontefice, per un verso si precisava l’insufficienza della contrizione imperfetta (dettata unicamente dal timore della pena e non da un perfetto atteggiamento spirituale duraturo determinato dall’amore di Dio), per un altro verso si decretava la necessità di ricorrere alla Confessione che stabilisce la penitenza e veglia sul pentito, unico e solo mezzo di riconciliazione con Dio, che non può quindi avvenire se non per via sacramentale.

Alessandro VII disciplina una vera e propria arte della salvezza prescrivendone i precetti e insistendo sulla prassi ascetica e penitenziale, fatta di meditazione quotidiana e di dolore per i peccati commessi, uniti alla devozione, in particolare alla Maria Vergine, e alla pratica frequente della Santa comunione.

Ecco l’invocazione del divino nella vita quotidiana, il senso forte del bisogno dei sacramenti per salvarsi. Ecco quindi l’appello alla preghiera, al sacro, la Chiesa che si fa guida santa degli uomini e tra gli uomini. È questo cuore sacerdotale di Fabio Chigi che colpisce e suggestiona, che redime la Chiesa. È singolare vedere che questo forte richiamo al sacro e al sacramento, ai giubilei e alla Confessione, sia avvenuto sotto un papa che era stato segretario, quindi più avvezzo alla cruda diplomazia che agli affari spirituali. Eppure così fu, a dimostrazione di una pratica della funzione di segretario, nello stato pontificio, diversa da quella di tutti gli altri stati: una funzione essa stessa predisposta così evidentemente e ostentatamente all’invocazione di Dio negli affari terreni.

 

Il pontificato di Alessandro VII si caratterizza per la sua capacità di unire alle questioni religiose anche le opere di bene. Non si può dimenticare il meno noto, eppure così significativo soccorso apportato dal pontefice a favore dei malati e dei bisognosi. Un terribile evento aveva segnato il suo Santo mandato, sin dall’inizio. La peste aveva colpito la città eterna mietendo vittime tra la gente. Alcuni storici parlano di un evento catastrofico, la cui proporzione può essere colta nell’alto numero dei morti che raggiunse a Roma i 22.000 decessi, in grandissima parte nella popolazione di ceto basso, nella gente del popolo. Con spirito caritatevole, il pontefice si prodigò nell’assistenza degli appestati, garantendo approvvigionamenti. Tentò di isolare il contagio disponendo ospizi  dove curare e tenere i malati in quarantena[12].

È un fatto meno noto, che spesso passa in secondo piano a fronte delle grandi imprese del pontificato. L’amorevole cura della gente di Roma, afflitta, in quei primi anni di pontificato, è invece tra i gesti più belli, ai quali il nuovo papa si dedicò rilevando non soltanto un mero allarme sanitario, ma anche e soprattutto un bisogno di aiuto divino. In effetti, il nuovo papa non si limitò a organizzare le cure mediche, ma si impegnò affinché l’epidemia trovasse nella devozione la suo vero rimedio.  Egli predispose che si collocasse con maggiore ornamento l’immagine di S. Maria in Portico, alla quale già si era ricorso in precedenti pestilenze per riceverne la grazia. Il pontefice stesso portò la sacra immagine mariana in processione, trasportandola solennemente perché intercedesse a Roma. Ad essa i fedeli attribuirono la cessazione della peste[13].

 

L’opera più imponente, in campo artistico e architettonico, che Alessandro VII ebbe modo di realizzare e per la quale il suo nome, a distanza di secoli ancora riecheggia nella vasta romana Piazza di San Pietro, fu il grandioso colonnato edificato da Bernini, progettato l’anno subito dopo il conclave. Esso rappresentò quindi il primo gesto che simbolicamente l’ex Segretario pontificio, divenuto pontefice, volle intraprendere per iniziare e caratterizzare il suo Santo mandato.

L’imponente colonnato della piazza nasce grazie al genio indiscusso del Bernini, ma anche e allo stesso tempo da un’idea di Fabio Chigi stesso il quale, nella sua mente, aveva ideato quella piazza e della quale scrisse formulando in maniera esatta e suggestiva ciò che doveva rappresentare. Il colonnato doveva ricordare due braccia che «accolgono i cattolici per confermarli nella fede, gli eretici per riunirli alla Chiesa, gli infedeli per illuminarli».

A registrare le idee architettoniche di Chigi, quella che possiamo definire una teologia dell’architettura, sono in particolare le preziose pagine di un diario che il pontefice teneva e sul quale quotidianamente scriveva idee e progetti dedicati a quella che doveva essere una nuova Roma, alla quale egli ambiva, redenta e alessandrina. La nuova Roma barocca che Alessandro VII ci lascia, una volta giunto al pontificato, è una Roma per il popolo, fatta di opere d’arte pubbliche, non limitate a essere custodite nelle grandi Chiese. Le opere per le quali Chigi è ancora oggi ricordato sono le piazze di Roma, la Piazza S. Pietro, così come anche Piazza del Popolo, o la splendida piazza di Ariccia, ai Castelli romani, che fece da felice contrappunto al palazzo pontificio di Castel Gandolfo del papa dei Barberini, Urbano VIII.  

La piazza stessa di San Pietro, rispetto all’assetto della basilica raggiunto nel 1626, al momento della sua consacrazione, durante il pontificato di Urbano VIII, ne avrebbe modificato il significato, con quell’abbraccio monumentale che mostrava non solo una chiesa che si elevava maestosa e imperava, ma anche e più di tutto una Chiesa che si apriva in un largo e immenso abbraccio. Questa è l’idea che ebbe Alessandro VII, il cosiddetto “papa che voleva fare l’architetto” – come è stato soprannominato ancora in tempi recenti [14].

La Chiesa di Alessandro VII non lascia i fedeli distanti, innalzandosi al loro cospetto e nel suo splendore, al contrario li avvolge, in un gesto forte come la pietra, ma caldo come un abbraccio. Il colonnato dava così nuovo significato a ogni elemento della Basilica, anche all’altissimo obelisco che già sotto papa Sisto V, nel 1586, venne collocato davanti alla Basilica in corso di costruzione, spostato quindi dal luogo originario assai adiacente. Come è noto, in quella stessa superficie, dove sarebbe stata allestita la nuova piazza, l’obelisco era stato eretto già nel primo secolo, per decorare il circo di Nerone, e dove rimase per 5 secoli a testimoniare il martirio di molti cristiani. Infine collocato nella piazza S. Pietro, l’obelisco recava una iscrizione latina: «Ecco la croce del Signore, fuggite parti avverse, trionfa il leone della tribù di Giuda»[15]. Il colonnato ideato da Alessandro VII e disegnato da Bernini sostituiva l’invito alla fuga, con un desiderio di accoglienza. La piazza avrebbe accolto tutti, persino gli eretici e gli infedeli.

Era una chiesa nuova quella del papa Chigi, che nasceva dall’esperienza del Segretario, dall’arte di una diplomazia spiritualmente praticata, che insegnava il dialogo e l’intesa, l’abbraccio, appunto, rivolto al forestiero e che infine, nel suo pontificato, avrebbe trovato l’espressione monumentale e grandiosa di quel colonnato, profondamente cristiana e rinnovatrice. Ed è anche e innanzitutto una chiesa umana, quella che Alessandro VII volle edificare, che sceglie il simbolismo dell’abbraccio per esprimersi tra i fedeli. Non solo quindi una Chiesa santificata che si innalza verso il cielo, in verticale, ma una Chiesa che si espande in orizzontale tra gli uomini che vengono al suo cospetto. Nel colonnato di Alessandro VII si trova l’immagine di una Chiesa che viene incontro sia ai fedeli sia agli infedeli che ad essa si avvicinano.

 

La ritrattistica di Fabio Chigi è notevolmente sviluppata e offre fonti di documentazione ricche e preziose. Si tratta di leggere nei tratti fisici del Sommo Pontefice i tratti caratteriali e morali della sua persona, di riconoscere nell’aspetto fisico lo specchio dell’anima sua, nei suoi lineamenti, l’espressione della sua coscienza. E più ancora, si tratta non solo di vedere il suo aspetto, ma anche e soprattutto come egli appariva, era visto e quindi era considerato dagli artisti dell’epoca, i più capaci a rendere in una forma plastica la sensazione che la Sua persona esercitava in chi lo incontrava e gli era accanto.

Nei vari ritratti, pittorici, scultorei o di narrazione, ciò che spicca di Chigi è il candore della pelle, quasi pallida a esaltarne un carattere gracile e allo stesso tempo candido. Quel pallore – così si dice –  risaltava ancora di più per contrasto rispetto al colore nero dei capelli. Il candore e allo stesso tempo la delicatezza è notevole ed è ben evidente nei lineamenti stessi del volto più volte e diversamente ritratto. Il volto di Chigi era allungato, esile. In questo candore e in questa gentilezza dei tratti spiccavano i suoi occhi accessi, vivaci che risaltavano anche nell’ampia fronte, segni di qualità morali.

Un ritratto tardivo, una pittura eseguita con mano esperta dal celebre artista Giovanni Battista Gaulli, tra i pittori preferiti di Bernini, autore nel commovente affresco del Trionfo di Gesù nella Basilica di San Pietro, è da ricordare per aver saputo imprimere nel ritratto di Alessandro VII quel sottile sorriso e quell’aria semplice e delicata che lo da sempre lo ha contraddistinto.

In quel candore, che ne segnava il volto, Fabio Chigi portava il segno di una gracilità, delle malattie che in giovane età lo afflissero e che egli dovette a più riprese superare. Pallavicino, l’eminente storico e suo valente biografo, narra come una volta lo stato di salute di Chigi fu così preoccupante e grave da far comprare le candele di cera per il funerale, temendo e prevedendone la morte da lì a breve[16].

Altra sarebbe stata la sorte di Fabio Chigi, non quella di morire giovane, ma di rinascere in seno alla Chiesa come uomo di vero spirito cristiano, il quale non solo visse nella sua epoca, ma la mutò di segno. È possibile che proprio in questa sua gracilità, che a un occhio superficiale può essere scambiata per mancanza di forza, si nascondesse e maturasse anzi la vera forza spirituale del futuro Alessandro VII e, con lui, di una nuova Chiesa, che se oggi potrà sembrarci così lontana nel tempo, ci è invece così vicina nello spirito.

A descrivere la figura di Chigi in questa maniera è anche e innanzitutto un busto scolpito dal Bernini, conservato oggi presso il Vaticano. Bernini, divenuto ormai scultore ufficiale dei pontefici e dei Segretari di Stato, che a ripetutamente ebbe l’alto onore e l’onore di tramandarne l’immagine ai posteri, tornò poi a lavorare nuovamente a un’altra scultura di Chigi, certamente la più significativa, questa volta per il monumentale gruppo scultoreo che ne decora la cappella mortuaria presso la Basilica di San Pietro di Roma.

Ciò che colpisce, e che rende questa scultura tra le più espressive della personalità spirituale di Chigi, è la postura che il suo corpo assume. Egli non è seduto su un trono, come lo saranno altre sculture di altri pontefici scolpiti dallo stesso Bernini: si pensi al sepolcro di Urbano VIII che impera e ad altre sculture funebri di altri papi ad opera di altri eminenti artisti. Alessandro VII è invece inginocchiato, in segno di umile supplica e di preghiera.

La figura papale umile e implorante, l’opposto del modello scultoreo imperante,  è inoltre attorniata dalle allegorie della Carità la quale regge tra le braccia un bambino, della Verità che poggia il suo piede sul globo planetario, quindi della Giustizia e della Prudenza. Su tutte aleggia un mantello fluttuante sotto il quale si nasconde la morte, scheletrica e occulta, che alza il braccio con il quale regge una clessidra, simbolo del tempo che trascorre e della fine che incombe.

Il sepolcro di Alessandro VII, vero capolavoro di arte barocca, esprime lo spirito di una nuova Chiesa che ritrova la sua grandezza nell’atto della preghiera, della devota invocazione. È la Chiesa che, ai suoi massimi vertici, invoca quelle virtù che la attorniano e la salvano, che si fa guida mentre allo stesso tempo si mostra in cerca di un’ispirazione che la orienti e la elevi.

L’immagine di Chigi, che Bernini ci lascia ad ammirare nel lato sinistro della grande cattedrale, è quella di un uomo che, nel gesto di genuflessione e di adorazione nella preghiera, si predispone all’ascolto. Egli, Alessandro VII,  fu e rimase Segretario, prima Segretario di Sua Santità, poi, divenuto papa, Segretario di Dio.

Don Pino Esposito

 

[1] Chantelauze, Retz, vol. II, p. 340.

[2] Pallavicino, Della vita di Alessandro VII, vol. I, Prato 1839, p. 172.

[3] La notizia è riportata da Pastor, Panciroli Giancacomo, in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostril giorni, vol. 51, Venezia 1851, p. 35.

[4] Ivi, p. 36.

[5] Pallavicino, Della vita di Alessandro VII, vol. I, Prato 1839.

[6] Leopold Von Ranke, History of the popes; their church and state, vol. III, 1901.

[7] Queste notizie sono raccolte da Pastor, Panciroli Giancacomo, in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostril giorni, vol. 51, Venezia 1851, p. 317 e seguenti.

[8] Gregorio Leti, Conclave nel quale fu eletto Fabio Chigi detto Alessandro VII, Roma 1664.

[9] Ivi, p. 158 e p. 160.

[10] Ivi, p. 159.

[11] Gaetano Moroni Romano, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da san Pietro sino ai nostri  giorni, vol. XXXI, Venezia 1845, p. 127.

[12] Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti, Roma 2013.

[13] Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri , Venezia 1851, p. 231 (alla voce: “peste”).

[14] Francesca Bonazzoli, Il Papa che voleva fare l’architetto, in «Il corriera della sera»,13 ottobre 2011.

[15] «ECCE CRUX DOMINI - FVGITE - PARTES ADVERSAE - VICIT LEO DE TRIBV IVDA».

[16] Pallavicino, Della vita di Alessandro VII, vol. I, cit.

Don Pino Esposito - Pier Leone Ghezzi, Innocenzo X conferisce il cappello cardinalizio a Fabio Chigi - (Dipinto, 1724-1725, Museo di Roma)

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