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Convegno/Forum: Maria di Gesù di Agreda, una storia e un pensiero

Maria di Gesù di Ágreda, una storia e un pensiero: questo è il tema prescelto per il Forum di mariologia, che, organizzato dalla Pontificia Academia Mariana Internationalis e dalla Pontificia Università Antonianum, si è tenuto il 29 e 30 ottobre 2015 presso l’Auditorium Antonianum di Roma. E si tratta, a ben considerare, di un tema che ben risponde agli interessi di quanti vi hanno partecipato o assistito, avendo nel cuore e al centro della loro attenzione proprio la straordinaria figura della venerabile Maria de Agreda, protagonista di assoluto rilievo de “el sieglo de oro” della storia della civiltà spagnola. Un tema, quindi, quanto mai appropriato e stimolante per il proseguimento degli studi in materia.

A far luce scientificamente adeguata sulla complessa figura della venerabile religiosa, sulle vicende dell’epoca e sugli altri personaggi che furono in relazione con lei, sono intervenuti ben sei studiosi. Le loro relazioni di alto livello scientifico hanno avuto il merito di trattare tematiche che sono state ulteriormente approfondite nelle tavole rotonde conclusive delle due giornate di studio. Si tratta, d’altra parte, di tematiche fondamentali su questioni varie e ampie: dalla mariologia allo scotismo della venerabile religiosa, al rapporto e al ruolo di lei nell’evangelizzazione missionaria del Nuovo Mondo, alle sue relazioni e alla sua influenza spirituale sul re di Spagna Filippo IV d’Asburgo. Tematiche estese anche a quello che è lo stato dell’arte negli studi su di lei e al travagliato e ormai plurisecolare iter canonico della causa di beatificazione.

Di fatto, la fama della monaca concezionista francescana supera i confini dello spazio e del tempo: dello spazio in cui ella visse e sul quale influì con la sua azione e col suo pensiero; del tempo in cui si colloca la sua vicenda terrena. La memoria di lei è giunta,  con tratti e motivi pressoché inalterati, fino a noi, ponendoci non pochi interrogativi riguardo alla sua stessa vita e al all’importanza e al ruolo che la sua epoca e anche quelle successive le riservano.

Nota per la sua monumentale “Vita della Vergine Maria” e per i ripetuti fenomeni di bilocazione nel Nuovo Messico e in Texas, oltre che per la densa e intensa corrispondenza epistolare col re Filippo IV, la venerabile Maria di Gesù di Ágreda, al secolo Maria Coronel Arana, nacque ad Agreda, in provincia di Soria, nella Vecchia Castiglia, al confine con l’Aragona, il 2 aprile 1602. Tutta la sua famiglia, entrambi i genitori un fratello e due altre sorelle, si consacrarono a Dio, entrando nell’Ordine delle Francescane scalze concezioniste. Maria pronunciò i voti nel 1620 e visse tutta la vita nel monastero dell’Immacolata Concezione, senza mai allontanarsene, ricoprendovi per trentacinque anni la carica di Abadessa.

     Eppure la sua sedentaria vita di monaca di clausura conobbe mistici fenomeni, per così dire, di evasione dal chiostro. Infatti, tra il 1620 e il 1631 avvennero ben oltre cinquecento episodi di bilocazione, che portarono l’Abadessa nella Nuova Spagna. Merita la massima attenzione un dato cronologico certo: la contemporaneità di simili eventi prodigiosi con gli altri dei quali Maria di Gesù de Agreda fu gratificata, cioè con le evidenti manifestazioni estatiche (exterioridades), che, in quegli stessi anni per l’appunto, ne contraddistinsero la vita di monaca claustrale. Interessantissime sia per la biografia - possiamo pur dire, per l’agiografia - della nostra religiosa sia per la storia della mistica dell’epoca,tali manifestazioni estatiche (exterioridades) andavano dalle levitazioni alle essudazioni, sino alle estasi conclamate. Si tratta di eventi straordinari non solo per la loro natura ma anche per la quantità, oltre che per le attestazioni storiche che li corroborerebbero ampiamente. Prova ne sia che la stessa Inquisizione spagnola, avendo sottoposta la religiosa a un attento e rigoroso esame con interrogatori severi e prolungati della durata perfino di dieci ore al giorno, le riconobbe l’assoluta buona fede e sancì quindi la sostanziale veridicità  e conseguente attendibilità di tal genere di eventi soprannaturali.

Le visite evangelizzatrici della “dama azùl” (azzurra) presso numerose tribù indigene del Nuovo Messico, del Texas, dell’Arizona e della California sono state correlate alle esperienze mistiche della giovane monaca francescana concezionista, all’epoca appena ventenne. Nelle bilocazioni la rivestiva, quindi, il tradizionale mantello azzurro del suo ordine, istituito più di cent’anni prima dalla sorella del beato Amedeo de Silva y Menenes, Beatrìz. Per le religiose che a esso appartenevano, infatti, i papi avevano previsto tale mantello su abito bianco. Quel colore azzurro della veste rappresenta, quindi, un evidente richiamo a un dato reale: alla divisa dell’ordine delle Concezioniste, a un manifesto segno identitario. Un ulteriore richiamo a dati ugualmente reali si riscontra nelle lettere della stessa mistica, che, pur senza essersi mai mossa dal convento, vi faceva ripetute descrizioni di quei luoghi d’America.

     Come abbiamo precedentemente accennato, nel 1631 si conclusero  gli episodi di bilocazione, al pari delle concomitanti manifestazioni estatiche, che furono indubbiamente caratteristiche delle exterioritades della prima parte del suo cammino spirituale. Non sorprende perciò una significativa coincidenza: quelle bilocazioni in circostanze di esordio o di ampliamento della evangelizzazione del Nuovo Mondo rievocano altri viaggi prodigiosi, collegabili col cristianesimo delle origini e con i primi tempi dell’evangelizzazione della Spagna. E’ la stessa Maria de Agreda, da veggente, a descrivere il prodigio delle apparizioni della Madonna in terra iberica e dei suoi viaggi a conforto dei primi missionari d’età apostolica, segnatamente san Giacomo. E di esse faceva materia di privilegiata esposizione soprattutto nell’altra sua opera, la “Mistica Città di Dio”, sulla quale torneremo.

Infatti, la religiosa concezionista spagnola del XVII secolo sembra rivivere nella sua carne e nella sua esperienza privilegi che tradizioni di pietà riconoscevano alla Madre di Dio e della Chiesa in tempi di cristianesimo nascente. Possiamo ben dire ch’ella riviveva e attualizzava il carisma evangelizzatore della Madonna, a mano a mano che ne contemplava lo svolgimento nelle visioni o intuizioni estatiche, certamente ispiratrici del suo intenso ardore missionario.

In aggiunta a questa col modello “mariano”, un’altra coerenza merita d’esser ricordata. Ai nostri occhi di posteri, fervidi devoti o attenti studiosi delle virtù della religiosa spagnola, non può certamente sfuggire la coerenza del suo impegno missionario con ideali di purezza evangelica già proclamati da taluni missionari attivi nel Nuovo Mondo. Qui è d’obbligo un riferimento a uno dei primi padri gesuiti in missione nel Nuovo Mondo, José de Acosta.

 Questi, nella sua fondamentale opera del 1577 sull’evangelizzazione degli Indi, i Barbari del Nuovo Mondo, dall’eloquente titolo “De promulgando Evangelio apud Barbaros sive de procuranda Indorum salute”, rifletteva sulla sua personale esperienza di missionario appartenente alle file dei primi gesuiti giunti nelle Americhe. E, quasi indulgendo all’utopia, delineava un singolare modello di evangelizzazione in quanto prossimo alla predicazione degli apostoli e senza le contaminazioni secolaristiche e brutali della colonizzazione. A una serie di considerazioni ispirate a realismo e a pragmatismo aggiungeva la seguente: “V’è un altro motivo che ci impedisce di mettere in pratica la predicazione evangelica al modo degli apostoli, ed è che ci manca la capacità di fare i miracoli, capacità che gli apostoli possedevano, di tal che con quella facoltà e potere facilmente riuscivano a ottenere quanto richiedevano con la loro parola” (libro II, cap. 8).  Maria de Agreda sembra, con le sue bilocazioni congiunte con l’esercizio della catechesi, farsi emula certamente della Vergine, ma nello stesso tempo anche degli apostoli. Sembra, in ogni caso, far suo il suo suggerimento o l’insegnamento di quell’autorevolissimo padre gesuita, condiviso da tanti altri ecclesiastici e fedeli dell’epoca. Dalla sua esperienza mistica emergevano, quindi, ammaestramenti per il rinnovamento dei metodi e mezzi propri dell’attività e dell’espansione missionarie: un rinnovamento che, secondo gli auspici di padre da Acosta, comportava un ritorno alle origini apostoliche e ai carismi che le caratterizzavano.

Suggerimenti analoghi provenivano da altre fonti e da altri ambienti spirituali e culturali. Su Maria de Agreda, infatti, influivano anche correnti di pensiero, di religiosità e di spiritualità peculiari del movimento francescano e da questo comunicate alla cultura spagnola dell’epoca: correnti ispirate e sorrette da ideali, dottrine e tradizioni di matrice gioachimita. Perciò il suo ardore evangelizzatore e le sue conseguenti “evasioni”, in forme prodigiose o inconsuete ma comunque spontanee, dallo spazio della clausura per mète “in partibus infidelium”, quali erano allora le terre del Nuovo Mondo, ben si prestano a essere ricondotti e intesi nel più ampio contesto del profetismo francescano spagnolo, Un profetismo, codesto, che trova la sua più compiuta e chiara formulazione delle opere di Juan de Silva, autore de i “Memoriales” e del “Floreto di San Francisco”.

Sono opere nelle quali si enunciava la vocazione assolutamente pacifica delle campagne di conversione del Nuovo Mondo e delle nuove genti e, dunque, si spronava a una conquista pacifica dei territori extra-europei attraverso lo strumento dell’espansione missionaria eminentemente affidata all’ordine serafico, guidato e sostenuto dalla «potente mano della regina dei regni Australi». Di fatto, le miracolose apparizioni della “dama azùl” si inseriscono nel più ampio ambito dell’evangelizzazione prima francescana e poi gesuita a carattere fortemente mariano. L’immagine della Vergine costituiva il primo referente e il principale segno identitario  della strategia missionaria, soprattutto  di quella dei frati minori della seconda generazione inviati in luoghi di frontiera.

L’incisività del simbolismo femminile d’impronta mariana, ricordata da Giuseppe Buffon, trova nuova eco nelle rivendicazioni evangelizzatrici della monaca Agredana, che le espone in una sua relazione relativa, per l’appunto, agli eventi degli anni tra il 1622 e il 1631. Esse sembrano rilanciarne l’azione missionaria, come pone in luce il “Memoriale” che,già nel 1630, padre Alonso de Benavides, di ritorno dal Nuovo mondo, consegnava allo stesso re di Spagna, Filippo IV d’Asburgo, per dimostrare la veridicità delle apparizioni della monaca francescana concezionista sotto l’aspetto di “dama” vestita d’azzurro. A lei, nel “Memoriale”, è riconosciuto il merito della conversione di alcune tribù indigene, considerate tra le più ostili o refrattarie all’azione missionaria condotta lungo le frontiere del Texas, come quella degli Chichimecas.

A testimonianza della piena integrazione iconografica, si ricorda la riproduzione di María de Ágreda, con le sembianze di una concezionista messicana, conservata presso il museo del Virreinato. Sotto il ritratto campeggia una didascalia in cui la venerabile Agredana è chiamata evangelizzatrice degli indiani e proto-missionaria.

Ci risulta che di tutti questi fatti rimase tanto affascinato Junipero Serra da modellare la propria missione evangelizzatrice anche sugli esempi desunti dagli scritti di Maria di Agreda. Canonizzato il 23 settembre 2015 a Washington da Papa Francesco, Junipero Serra dal medesimo pontefice è stato additato come l’esempio di una “Chiesa in uscita”, “ in cammino”, e che va sempre avanti. Infatti, quando San Junipero Serra partì da Maiorca per realizzare il suo sogno missionario e diventare così un colosso dell’evangelizzazione, portò nel suo zaino due libri: la Bibbia e l’opera mariologica di Suor Maria di Agreda “ La Mistica Città di Dio”.

D’altronde, la correlazione tra l’evangelizzatrice delle Americhe, la figura mariana esaltata come Immacolata Concezione e la monarchia spagnola è evidente e intensa: costituisce, anzi, un potente collante, o un efficace elemento di coesione, entro i confini di un Impero esteso su due continenti. Il primo dei quali, l’Europa, esce dilaniato dalle guerre di religione e comprende una Spagna ancora scossa dagli esiti della Reconquista, forieri peraltro di ulteriori, gravi crisi e lacerazioni, come la cacciata dei moriscos e dei maranos. Perciò gli Asburgo di Spagna aspiravano a recuperare o a consolidare un’egemonia religiosa e politica, a servirsi a tale scopo del favore e patrocinio accordato alla causa immaculista. La monarchia spagnola mirava, infatti, a dotarsi di una “fondazione sacrale” con simboli e riti volti all’esaltazione propria congiunta con l’approvazione della dottrina concezionista e del culto verso l’Immacolata. Maria de Agreda era dunque, la grande anima di una simile operazione religiosa e politica, che propugnava il primato della regalità insieme col trionfo della devozione all’Immacolata.

Giova qui richiamare quanto la diffusione e l’esaltazione di questa devozione in Italia, specialmente nei domini spagnoli, debbano proprio al sovrano Filippo IV, del quale Maria de Agreda fu influentissima corrispondente epistolare. Mentr’ella era ancora in vita, Filippo IV procedette a tutti gli adempimenti in vista del pieno riconoscimento canonico di tale devozione, fino alla proclamazione dell’Immacolata a patrona della Spagna (1656), alla dichiarazione della legittimità del titolo “Immacolata Concezione” con la bolla del papa  Alessandro VII Chigi, “Sollecitudo omnium Ecclesiarum” dell’8 dicembre 1661, e l’elevazione del giorno liturgico a Lei dedicato, l’8 dicembre, a festa di precetto per la stessa Spagna (1664) e poi per gli altri domini spagnoli in Europa, incluso soprattutto il regno di Napoli. Quando il culto immacolatista fu ufficialmente esteso a tali domini, la grande mistica dell’Ordine francescano femminile della Concezione di Nostro Signore era morta da qualche mese. Il suo pio transito al cielo era avvenuto il giorno della precedente Pentecoste, 25 maggio 1665. E il successivo 17 settembre era morto Filippo IV, commemorato nelle solenni esequie romane come “Dulcissimi Mysteri Factori Maximo”. Il sovrano asburgico era stato, quindi, solerte propugnatore e fautore della dottrina del divino mistero dell’Immacolata Concezione grazie principalmente allo sprone della francescana di Agreda.

Tale è il contesto squisitamente politico-religioso in cui collocare col debito rilievo il nostro personaggio: un contesto nel quale le due sfere, la politica e la religiosa, presentano correlazioni intense. Non è un caso che l’immagine di María de Ágreda venga diffusa nell’America Latina accanto a quella dell’Immacolata Concezione e significativamente posta in simmetria con un’altra immagine, l’effigie di Giovanni Duns Scoto.

Proprio al rapporto tra l’opera di Maria di Ágreda con l’opera del Beato Giovani Duns Scoto - il “Doctor Subtilis”, al quale si deve un punto fondamentale della dottrina mariana con la definizione del principio di fede dell’esenzione di Maria dal peccato originale in previsione dei meriti di Cristo - è stato dedicato l’intervento di Francisco Javier Calpe Melendres, Questiha evidenziato come le accuse di scotismo rivolte alla concezionista dalla teologia francese contemporanea siano da ricondursi all’impegno immacolatista e concezionista della religiosa spagnola.

A detta del relatore, questi motivi della riflessione dottrinale della venerabile Agredana possono derivare dalla diretta lettura dei testi del francescano scozzese, fiorito tra del XIII e XIV secolo: testi nei quali il “Doctor Subtilis”ascriveva alla Vergine un ruolo attivo nella generazione del Figlio. Ciò va tuttavia letto come momento saliente dell’operazione di recupero che i francescani spagnoli dell’epoca operavano sui materiali del loro confratello e predecessore. Un recupero che, in ultima istanza, rispondeva tanto alla volontà di riscatto di una Spagna impoverita, sconfitta, umiliata, quanto alle molteplici esigenze della sfera della teologia politica e alle acute considerazioni connesse col legame fra perfezione evangelica e teoria politica stessa. Non si può escludere che Maria di Agreda fosse del tutto “scollegata” dalle riflessioni condotte dai suoi confessori e direttori spirituali, che pure erano molto vicini all’ambiente della corte.

A tale proposito Sara Cabibbo richiama gli appelli alle virtù della volontà e della giustizia rivolti a Filippo IV perché debelli e sconfigga i vizi e i peccati della Spagna dei suoi tempi. Ricorda, infatti, il paragone del medesimo sovrano al re Davide e le ripetute sollecitazioni all’indirizzo del primo perché eserciti una giustizia quale strumento idoneo ed efficace per correggere i vizi, sanare il disordine morale e sociale della collettività. La studiosa ipotizza che tutti questi motivi siano da considerarsi debitori dell’eco di una riflessione interna all’ordine francescano del XVII secolo.

L’opera che, però, mette in strettissima correlazione la nostra concezionista alla Vergine è la monumentale e qui già ricordata “Mistica città di Dio”. Quivi la religiosa narra alcune sue visioni sulla vita della Beata Vergine Maria e di Gesù, in particolare sulla Passione, che descrive con particolare attenzione agli aspetti più cruenti, rivelando la conoscenza di alcuni vangeli apocrifi. E proprio la meditazione sulla passione di Nostro Signore, descritta con dovizia di particolari da Suor Maria di Gesù, che un giorno durante l’orazione a Maria de Los Angeles Guerrero y Gonzàlez, comunemente conosciuta con il nome di Sant’Angela de la Cruz, apparve Cristo in Croce e un’altra croce vuota: capì che questa era la sua. Spinta da tutto ciò, coniò il suo motto di “ farsi povero con il povero per portarlo a Cristo”, fondando così la sua congregazione che si dedica alla carità, in particolare verso gli infermi.

La “Mystica ciudad de Dios” venne data alle stampe in lingua spagnola per la prima volta nel 1670, a Madrid, dopo aver ricevuto il debito imprimatur. L'opera raggiunge, a volte, una profondità umana che non compromette la sostanza del suo vero contenuto rivelato: il testo è intessuto e arricchito di non poche istruzioni spirituali, dettate dalla stessa Vergine a Maria. Il racconto si snoda tra le vicende che riguardano la vita della Vergine Mara e di Gesù, del quale si racconta anche la discesa agli inferi, dopo la risurrezione. Numerosi sono gli spunti teologici, con particolare rilievo per l’Immacolata Concezione.

Merita particolare il fatto che tutta la vita della Vergine è illuminata dal mistero dell’Incarnazione: dalla “unione ipostatica della Divinità nella persona del Verbo con l’umanità: meraviglia che accadde un venerdì, il 25 marzo all’aurora”. Maria de Agreda proclama, con queste parole, la sua salda fede in quello che con gli Ortodossi, amiamo definire il mistero teandrico, aperto dall’Annunciazione e cardine della storia della salvezza: il mistero dell’unione delle due nature, la divina e la umana, nella persona di Gesù Cristo.

Tuttavia, il cuore del testo si coglie nell’uso che la narrazione della vita della Vergine consente alla religiosa, ovvero, la possibilità di come essa potesse farsi oggetto di rivelazione e, parallelamente, strumento di rivelazione essa stessa.

L’opera è concepita e presentata – anche sotto il profilo stilistico - come frutto delle rivelazioni mariane alla religiosa e consta di due diverse parti: nella prima vengono esposti gli episodi della vita di Maria, mentre nella seconda, la Agredana si fa strumento di trasmissione del dono concesso alla Vergine di comprendere il “libro tanto chiuso” delle Scritture, di penetrare così in quelle stanze dei divini misteri che, per un tempo tanto lungo, erano rimasti nascosti ai mortali. A tal proposito è bene ricordare che anche il papa Benedetto XIII, di cui è in corso la causa di beatificazione, quando era metropolita di Benevento, ogni sabato soleva recarsi in una Chiesa dedicata alla Madonna e tenervi un sermone, facendo spesso riferimento alla “ Mistica Città di Dio” di suor Maria di Gesù.

La prima edizione della “Mystica ciudad de Dios”recava l’approvazione del vescovo di Tarragona, Miguel d’Escartin, membro del Consiglio di Stato del re, ma anche le approvazioni del gesuita Andrea Mendo, del ministro generale dell’ordine francescano Alonso Salizanes e del benedettino Bernardino da Siena. L’opera era preceduta dalla biografia della concezionista e dal “Prologo galeato”, entrambi siglati da José Ximénes Samaniego, provinciale di Burgos e futuro generale dei francescani.

Di fatto, si tratta però della seconda redazione dell’opera, poiché la prima, pur avendo ricevuto il plauso di re Filippo IV di Spagna e dei teologi da lui interpellati, venne data alle fiamme nel 1650 dalla stessa suora dopo che ne aveva iniziato la stesura, dietro consiglio del suo confessore. Il successivo confessore che si dedicò alla sua direzione spirituale, padre Andrea de Fuenmayor, le ordinò di riscrivere la vita della Madonna e anche la sua personale biografia, con la descrizione delle singolari grazie ricevute da Dio. L’intervento di Andrea de Fuenmayor contribuì al completamento dell'opera nel 1660 che venne approvata nel 1686 dall'Inquisizione spagnola, proprio grazie al suo rigore teologico ed ai suoi edificanti contenuti, guadagnando subito una grande diffusione.

Maria di Agreda si pone, così, nel solco di santa Brigida di Svezia, rinnovando la correlazione tra profezia e visione mariana, lasciando affiorare, «non come maestra, ma come discepola, non per insegnare, ma per apprendere», l’imponente tradizione mariologica confluita nella teologia spagnola post-tridentina, dimostrando una robusta consuetudine con i testi sacri, come riconosciutole sia dagli estimatori sia dai detrattori. L’opera incorse al fine nella censura della Sorbona di Parigi nel 1696; incontrò pure il giudizio negativo del Bossuet e dell'Amort, che vi individuarono errori o inesattezze teologiche. Nel frattempo, nel 1681, vi era stata l’emanazione di un decreto del Santo Uffizio, con il quale se ne proibiva la lettura. Il divieto non era stato però esteso alla Spagna per ordine di papa Innocenzo XI, su istanza del re Carlo II. Nel 1747 il decreto venne ritirato e l’opera poté esser letta liberamente ovunque.

 

«Recheranno meraviglia forse due cose: la prima, che una Donna abbia scritto Opera da persona consumata nelle lettere, e ciò non senza fondamento poiché in essa usasi di tutta la Scrittura con rare notizie, interpretandola in molti luoghi con novità mai intese, stante che fin hora li Santi Padri, e gl’Interpreti non le hanno date così singolari esposizioni, traducendo con parole adeguate alla nostra lingua le clausole, e periodi delle Divine Lettere, e dichiara li sensi più ardui, eziandio nelle materie, quali la teologia scolastica».

 

Così scriveva il gesuita Andrés Mendo quando attribuiva il sapere mostrato dal suor Maria all’ispirazione divina, poiché essa «fa’erudite, et eloquenti le lingue dei bambini», mentre chiamava a testimonianza una ricca genealogia di «donne insigni in Santità e Sapienza»: una genealogia che trovava i suoi vertici nelle sante Caterina da Siena, Brigida di Svezia e Teresa d’Avila.

Francisco Ximénes Samaniego, biografo ufficiale della concezionista,  nel Prologo Galeato, che accompagnava la prima edizione del trattato agredano del 1670,si soffermava sulla «commune difficoltà del sesso», e sull’interdizione paolina della predicazione delle donne. Tuttavia precisava nella sua biografia della concezionista che

«nel cristianesimo è fuor di controversia che l’Uomo e la Donna sono di una medesima natura, o come dicono specie, e così ugualmente capaci d’una medesima ed eccellente virtù [...], e come sono [le donne] con l’uomo d’una medesima natura, sono ugualmente capaci delli medesimi doni di grazia».

 

         L’allora Cardinale Aguirre, noto uomo di scienza,confessò che, nello spazio di cinquant’anni tutto ciò che aveva letto e studiato,non era minimamente comparabile con la bellezza dei contenuti di questo scritto dell’Agreda, i quali erano in perfetta sintonia con la Sacra Scrittura, i padri della Chiesa ed i Concili Ecumenici. Sicché il medesimo Cardinale concludeva dicendo che “ nessun uomo, neanche il più erudito, avrebbe mai potuto comporre un’opera come questa. Ciascuno deve ammettere- ed essere moralmente convinto- che tutto quello che questa grande serva di Dio scrisse fu ispirato dallo Spirito Santo con l’ausilio speciale della  Santissima Vergine Maria. Quindi ciascuno di noi deve riconoscere e ammettere che fu la mano di Dio a guidare questa donna forte”.

         Questo è stato lo scenario ermeneutico entro il quale sono da collocarsi gli interventi sull’opera della venerabile Maria di Agreda negli anni Settanta del Seicento. Tono diverso assumeranno invece quelli che seguiranno sino alla metà del XVIII secolo e caratterizzeranno il lungo e travagliato processo di beatificazione di Maria, non ancora concluso dal 1666, data di introduzione della causa, ad oggi, sebbene le fosse stato attribuito il titolo di “venerabile” sin da subito.

         Del resto, il caso della venerabile Maria de Agreda, collocato tra la prima e la seconda metà del Seicento, è emblematico del rilievo di tutta una cultura, basata sulla direzione spirituale, soprattutto femminile. Una cultura che, attraverso il carisma della profezia,cercava spazi sempre più distinti e perfino separati dall’ordine gerarchico, per operare in stretto contatto con l’attualità. Ne conseguiva un’implicita negazione di quella funzione di mediazione col divino che è la ragione d’essere delle istituzioni e gerarchie ecclesiastiche.

         Di una simile direzione spirituale troviamo esempio e documento asseveranti nella lunga corrispondenza epistolare con il re Filippo IV d’Asburgo. Una corrispondenza che testimonia un rapporto instaurato e maturato dal 1643 al 1665, anno della morte di entrambi i personaggi. Una corrispondenza ricca di ben 618 lettere. Da essa emergono lunghe e approfondite riflessioni su una varietà di argomenti non soltanto ascetici e morali ma anche politici.

         La corrispondenza si realizza, in ogni caso, in un alveo ben noto e frequentato: quello di una relazione spirituale che segue il modello delle «divine madri» presso le corti rinascimentali: Nello stesso tempo, essa  si ricollega a quella immensa letteratura sui rimedi, arbitrios o mezzi straordinari, che accompagnava e legittimava i processi di costruzione del potere monarchico nella Spagna barocca. Così suor Maria si rivolgeva al suo sovrano nel 1652:

«Mi ha molto consolato che il tumulto di Cordoba si sia sedato e mi ha messo in agitazione il fatto che Siviglia si sia sollevata. Sia l’Altissimo eternamente ringraziato perché, come padre pietoso, ci minacciò con la sua giustissima ira e poi sguainò la spada (come dice Vostra Maestà). Non c’è cosa che mi affligga maggiormente che i sintomi di discordia e guerre civili tra di noi, perché sono queste le cose che più tenta il nostro comune nemico di seminare in questa Corona per distruggerci, e sarà severissimo il castigo della destra dell’Altissimo. Non posso esprimere per lettera ciò che sento in questo, e il tanto in cui mi sono adoperata nella mia pochezza perché il Signore ci guardi con pietà e allontani da noi il flagello che meritano i nostri peccati. Solo supplico V. M., per amor di Dio, che si faccia il minor numero di innovazioni, e si eviti l’oppressione dei poveri poiché, afflitti, non si rivoltino. Capisco quanto povera sia questa Corona e che è necessario trovare mezzi per rimpinguarla; però siano i più aggiustati e soavi, in modo che concorrano i ricchi e i potenti, ché essendo il carico generale non peserà né irriterà tanto».

 

         Del resto, come rileva nel suo intervento Sara Cabibbo, il ricorso alla profezia politica non è davvero inusuale per la corte spagnola, tantomeno per quella di Filippo IV, che accoglieva nella sua corte anche altri profeti che si ispiravano alle Sacre Scritture per intervenire, o interferire, sulle questioni di Stato. Analisi, consigli earbitrios costellano le lettere di Maria di Agreda, accolti in un tessuto di richiami alla Scrittura, di racconti di vita quotidiana nei quali trovano spazio gli echi di avvenimenti politici, militari, diplomatici. Avvenimenti sui quali si posava una superiore e illuminata interpretazione in base a una chiave di lettura d’indole eminentemente morale o moralistica, volta pertanto a condannare i vizi e a promuovere la virtù: e ciò alla luce di quel senso di colpa collettivo e individuale che caratterizza la spiritualità di un periodo travagliato da mille lacerazioni, quale fu per l’appunto il Seicento. Si tratta, d’altra parte, di elementi che non sono relegati unicamente alla corrispondenza regia della concezionista, perché essi caratterizzano pure gli scambi epistolari che ella intrattenne con il papa, con il duca di Híjar, con il viceré d’Aragona Fernando de Borja, con il nunzio di Spagna, il futuro papa Clemente IX  Rospigliosi, e le mogli di Filippo IV.

         Un altro tratto distintivo fra adeguatamente evidenziato. Infatti, non si dimentichi che la parola e la scrittura di Maria di Agreda si espressero nel cuore di una “nazione”, quale fu quella spagnola, edificata sulle contraddizioni di un regime che, in fase di trasformazione in monarchia, mostrava tutte le proprie difficoltà e precarietà sia in patria che nei territori d’oltremare. Tutti questi aspetti sono confluiti in vario modo nella causa di beatificazione della venerabile Agredana, influendo sulle sorti della procedura canonica.

         Dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione da parte del beato papa Pio IX l’8 dicembre 1854, nel monastero delle suore confezioniste francescane di Nivelle, “diocesi di Bruxelles-Maniles”, per intercessione di suor Maria di Agreda si ottenne un miracolo. Tale suora Maria Colette, originaria di Strombek vicino Vilvorde, affetta da mielite acuta, infiammazione del midollo dorsale, venne improvvisamente guarita. Subito dopo ci fu la sollecitazione a riaprire la causa di beatificazione da parte del noto e zelante vescovo spagnolo sant’Antonio Maria Claret, viaggiatore instancabile attraverso l’intera Catalogna, che visitò a piedi spostandosi a piedi da un paese all’altro, avvicinandosi alla gente umile e semplice e predicando instancabilmente il Vangelo. Devoto dell’Agredana, egli, nel 1867, scrisse una lettera al beato Pio IX chiedendogli di riaprire la causa di beatificazione da tempo sospesa. Al suo si aggiungeva il voto ugualmente favorevole dell’episcopato spagnolo.

         Finora l’unica cosa che si frappone fra la venerabile Agredana e la sua beatificazione è il nihil obstatper la prosecuzione della causa. Il suo processo di canonizzazione è uno dei più complessi della storia della Chiesa, essendo stato aperto quasi quattro secoli fa. Eppure, nel 1988, la Congregazione per la Dottrina della Fede si è pronunciata, rilevando che «dopo attento esame delle sue conclusioni, nella sua Sessione Ordinaria di ottobre u.s. e giunta alla conclusione che non si può affermare che siano presenti veri errori dottrinali ed eresie nel citato libro».

         Attualmente, com’era già accaduto nel 1867, la Conferenza Episcopale spagnola si sta interessando per far riaprire la causa. Infatti, nuovi eventi in questi ultimi mesi sono venuti alla luce, a parte il Convegno organizzato a Roma al quale hanno partecipato esperti provenienti da varie parti del mondo, i quali nelle loro relazioni hanno evidenziato la grandezza della mistica Agredana. In particolare, la recentissima canonizzazione di san Junipero Serra ha concorso a ridestare l’attenzione sull’eccezionale vita di fede di questa suora,definita insieme a santa Teresa d’Avila e alla regina Isabella la Cattolica tra le donne più intelligenti e spirituali di Spagna.

Don Pino Esposito Foto di Don Pino Esposito Parroco delle Parrocchie della SS.Trinità in San Donato di Ninea, di Santa Rosalia, e del SS. Salvatore in Policastrello
       
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